La Garbatella: storia di una città garbata

La Garbatella piace. Colpisce per il suo aspetto popolare nonché rurale, per l’amenità dei suoi scorci e il suo essere una sorta di “quartiere paese” staccato dai turistici rioni centrali di Roma e da altre zone della città molto più caotiche. Ciò si accompagna ad uno stile architettonico pressochè unico – il cosiddetto Barocchetto romano – che l’ha resa un caso di studio che ispira tuttora architetti ed urbanisti di tutto il mondo. Ciò la rende una delle zone più singolari e affascinanti di Roma.

Ma perchè nasce la Garbatella?

La nascita della Garbatella è strettamente connessa con la nascita di una Roma moderna e industriale agli inizi del Novecento.
I primi tentativi di rendere la vecchia città pontificia, tutta ripiegata su se stessa, una città moderna al passo con le altre grandi capitali europee, vennero da parte di Pio IX, papa liberale e dalle larghe vedute. Pio IX, a metà Ottocento individua a sud della città, fuori le Mura Aureliane, vicino al Monte dei Cocci, un’area destinata alle attività manifatturiere. E nel 1863 inaugura l’avveniristico ponte in ferro sul Tevere, l’attuale Ponte dell’Industria, sul quale passava l’attuale Roma-Civitavecchia che sarà molto importante per lo sviluppo economico dell’area.


Poi con l’unità d’Italia la destinazione a quartiere industriale della zona viene sancita dal Piano regolatore del 1883. Nascono così i primi veri stabilimenti che daranno vita al Polo industriale.
Il Polo industriale romano all’inizio del Novecento non poteva non nascere vicino al mare e vicino al fiume. Vicino al mare in modo che le grandi navi potessero attraccare con un apposito porto canale, che sarebbe stato interessante se si fosse realizzato; e vicino al fiume, perché è sempre stato un grandissimo portatore di merci. Per questo non poteva che essere individuato in quella zona, non a caso vicino alla Basilica di San Paolo, non poteva che essere la zona ai piedi della collina della Garbatella.
Nella concezione urbanistica di fine Ottocento una vera metropoli non può fare a meno di industrie e stabilimenti. Le ciminiere danno il senso del progresso, della modernità di una città che vuole essere al passo con i tempi e far parte della tumultuosa rivoluzione industriale già in atto da anni nei grandi stati europei.
Nel 1890 entra in funzione nella zona un modernissimo stabilimento di macellazione, il Mattatoio, realizzato con una sorprendente lungimiranza. Progettato per servire i 400.000 abitanti della Capitale, funzionerà egregiamente per ben 85 anni fino al 1975 quando la popolazione era arrivata a quasi 3 milioni di abitanti. E’ illuminato con lampade a gas sia negli edifici che negli spiazzi, e vi lavorano notte e giorno quasi duemila persone. All’epoca viene considerato tra i più moderni d’Europa.


Con i primi tre lustri del nuovo secolo è il momento dell’Italietta giolittiana, della belle epoque che finisce bruscamente e tragicamente, con l’Italia che si afferma come grande potenza, della guerra in Libia e della vigilia della Prima Guerra Mondiale.

Nel 1907 viene eletto primo cittadino Ernesto Nathan, sarà il primo sindaco della Capitale estraneo alla classe dei proprietari terrieri che aveva governato la città fino a quel momento. Durante i 6 anni del mandato, tutto il suo impegno è nel sancire il ruolo di Roma come Capitale laica di una grande nazione. Incrementa la scolarizzazione dei ceti poveri, fa nascere linee tranviarie, realizza alloggi con l’Istituto Case Popolari, costruisce scuole elementari statali e ben 150 asili d’infanzia dotati di refezione, laboratori, palestre, servizio sanitario e biblioteche. Un numero incredibile se si pensa che oggi Roma non ha più di 288 scuole materne comunali. Nathan vara poi il nuovo Piano regolatore del 1909 che, tra l’altro, conferma ancora di più la vocazione industriale della zona adiacente al Tevere presso il Monte Testaccio, e prevede la costruzione di migliaia di vani per gli operai e gli impiegati che vi avrebbero lavorato.
L’anno dopo inaugura il nuovo stabilimento del gas con i suoi caratteristici serbatoi argentei, i Gasometri, veri capolavori di carpenteria metallica, che oggi appaiono come affascinanti monumenti di archeologia industriale. I gasometri servivano per accumulare il cosiddetto gas di città, il singas, che veniva prodotto dal carbone che veniva utilizzato sia per usi domestici sia per l’illuminazione pubblica delle città. Poi con la diffusione del gas metano, questi giganti sono diventati inutili, ma le loro forme dominano ancora il paesaggio ed emergono tra la fitta vegetazione che ha riconquistato le sponde del fiume.


Nel 1910 entrano in funzione i Mercati Generali sviluppati su una grande superficie sull’altro fronte della Via Ostiense. Ancora una volta un progetto accurato e moderno, rispettoso delle norme igieniche del tempo, collegato per ferrovia e per strada, dove ogni mattina giungono commercianti e produttori con tonnellate di derrate alimentari destinate a tutta la città. Hanno funzionato per 80 anni ed ora sono uno spazio vuoto in attesa di essere riqualificato, dove ancora riecheggiano le voci e le urla della gente che per decenni li ha frequentati.


Ma tutto questo complesso di attività aveva sempre più bisogno di energia, allora l’instancabile Nathan farà costruire una centrale elettrica, la Centrale Montemartini, che prenderà il nome da Giovanni Montemartini, un assessore della sua giunta. L’impianto viene migliorato nel tempo e raggiunge il massimo della potenza nel 1933 con l’installazione di due enormi motori navali che funzioneranno egregiamente per oltre trent’anni, fornendo energia elettrica a buona parte della città oggi la centrale è un museo affascinante di archeologia industriale ed arte.
Negli anni Venti si completano le strutture del Porto Fluviale. Così lungo le banchine possono approdare i battelli che trasportano le materie prime per l’industria e soprattutto il carbone per produrre il gas. Anche qui sopravvivono scheletri di gru, di nastri trasportatori che lasciano intuire la vita e l’attività portuale di un tempo.

 

E sarà proprio un ente istituito per lo Sviluppo Marittimo e Industriale a promuovere nel 1920 la costruzione di quel quartiere destinato ai dipendenti delle industrie e del porto, pensato dieci anni prima da Ernesto Nathan. La zona prescelta è su una collinetta a ridosso della Via Ostiense: verrà chiamata Garbatella dal soprannome – narra la vulgata – di una locandiera compiacente e garbata che avrebbe gestito nella zona, qualche anno prima, una locanda particolarmente ospitale. Per la Garbatella si attua un’idea di città-giardino tutta italiana: i vani sono spaziosi e ben illuminati e ogni inquilino ha intorno all’abitazione un terreno. Molta cura è dedicata poi allo studio delle facciate delle case, che sono tutte diverse l’una dall’altra, e nella scelta delle piante pregiate che ornano i giardini. E’ uno stile molto influenzato dalle esperienze inglesi e tedesche del tempo, dagli utopisti della casa ideale al villaggio-giardino di Londra del 1922.
Si mantenevano i paesaggi agresti della sponda del Tevere, in vari dettagli spuntano omaggi alle architetture dei borghi di campagna. Non si puntava alla massimizzazione della cubatura, anzi c’era spreco di spazio in tal senso.

Ancora oggi, osservandola dall’alto, appare come un’isola di verde e di tetti rossi, circondata dal cemento edificato nel dopoguerra.

Una scalinata, quasi una riproduzione in miniatura e semplificata di quella di Piazza di Spagna, collega l’area industriale al primo lotto costruito intorno a Piazza Benedetto Brin dove venne posta da re Vittorio Emanuele III la prima pietra del quartiere. Possiamo ancora immaginarla percorsa dalla folla di lavoratori che nelle tarde ore del pomeriggio che tornano nelle loro case silenziose ed immerse nel verde, lontano dai forni e dalle ciminiere.

L’impatto visivo fa pensare ad un piccolo borgo medievale, chiuso in se stesso, con facciate rivolte verso l’esterno magniloquenti ed espressive. È il famoso Barocchetto romano, una miscela di generi e di stilemi architettonici che vanno dal Barocco al Medievale, dal Neoclassico al Rinascimento, in una fusione felice di linee armoniche e flessuose, quasi a ribadire la vocazione materna della Città-Giardino della Garbatella. Uno stile aggraziato, ma avvolgente e perentorio, che trova in Piazza Brin un’espressione perfetta di questo senso di accoglienza, quindi non una chiusura verso il mondo esterno, ma un grembo materno che accoglie i suoi figli, quasi per proteggerli.

 

Via delle Sette Chiese è una lunga strada dalle facciate imponenti e severe, che sembrano messe lì a difesa del quartiere, come i bastioni di una cittadella medievale in una posizione che domina l’intera collina: una visione imperiosa che tanti anni fa si poteva ammirare dalle sponde del Tevere. E anche qui una miscellanea di stili che ricordano l’architettura settecentesca e quella del Piranesi anche se gli edifici hanno una connotazione più semplice dell’edilizia abitativa popolare del tempo destinata alla nascente classe borghese.

 

Il cinema teatro Palladium, ex Garbatella, è invece ispirato decisamente all’architettura dell’antica Roma. È un pantheon in miniatura. Forma e segno a sottolineare la sua funzione di polo culturale del quartiere. Oggi qui si fanno spettacoli di genere vario, ma è facile immaginare la vitalità che doveva avere nei tempi d’oro, quando si presentavano opere liriche, spettacoli di prosa, di varietà e si proiettavano film. Chi del quartiere non è mai stato nella platea o nelle gallerie del cinema teatro a sognare luoghi esotici, avventure incredibili, i divi di Hollywood, o amori struggenti.


A specchiarsi nelle ampie vetrate del cinema teatro c’è Via Fincati con i suoi edifici di stampo medievale, tra i più conosciuti e fotografati della zona. Una volta erano immagini del quartiere e rappresentavano idealmente al tempo stesso barriera e apertura verso il polo industriale.


Quello dei Bagni Pubblici è un edificio maestoso, un piccola fortezza che fa parte dei tanti servizi offerti agli abitanti. Una struttura di rara bellezza sia all’esterno che all’interno. Ora ha perso la sua funzione, ma era molto frequentato in passato quando tante case non avevano vasche da bagno o docce.

 

Le superfici all’interno della Garbatella sono divise in lotti e molti, come il lotto 13, sono stati pensati come dei veri borghi in miniatura. Le sue forme sembrano il frutto di un lavoro di cesello. Le facciate esterne sono protettive, e quindi severe e rigorose, mentre quelle interne appaiono semplici ed accoglienti e circondano la grande area destinata al verde e ai giochi dei bambini.
Sulla collinetta più alta di tutta la zona spiccano la Chiesa di San Francesco Saverio e la Scuola Cesare Battisti. Sono i bordi di Piazza Damiano Sauli, che è il vero cuore del quartiere, il punto di aggregazione di tutta la città-giardino. Due presenze austere, in modo particolare la scuola con il suo stile architettonico che non ha nulla a che fare con le linee morbide delle case. Sontuosa e imponente, per decenni ha visto passare nelle sue aule tutti i giovani del quartiere, e anche oggi svolge egregiamente il suo compito. Si erge sullo sfondo della piazza come una quinta scenografica dove spiccano le aquile e le decorazioni che rammentano l’importanza dello studio.
La Chiesa, invece, con la facciata severa e semplice e le linee rigorose ma morbide, sottolinea la sua vocazione religiosa con uno stile a metà tra il palladiano e il Barocco.

 

 

La scuola dei bimbi, che da sempre gli abitanti chiamano la Scoletta, invece, è nel cuore dei lotti. Con la sua forma atipica a ferro di cavallo, che si può vedere bene dall’alto, e il suo grande giardino, che si affaccia sugli archi di Caracalla, è un esempio lungimirante di centro di accoglienza per i più piccoli. Un’oasi felice pensata soprattutto per le mamme lavoratrici che completa le infrastrutture del quartiere.

 

 

 

 

L’edificazione del quartiere va avanti per oltre quindici anni. Dopo i villini, sorgono edifici a due o tre piani, e gli Alberghi Suburbani, complessi residenziali intensivi destinati alle famiglie, dotati di servizi comuni come mense, asili nido e lavanderie. La popolazione cresce, ora non sono più i lavoratori del polo industriale ad abitare il quartiere. Arrivano dalla città anche impiegati e commercianti. Ma arrivano soprattutto le grandi masse di sfollati, cacciati via dal centro storico per far posto agli sventramenti e alla terza Roma di Mussolini.Alberghi

Gli Alberghi Suburbani sono quattro e al loro interno, oltre agli alloggi, hanno le cucine, la mensa, una scuola elementare, asili nido e addirittura una piccola chiesa. Quattro edifici che compongono ancora un’altra isola autosufficiente. Appena costruiti furono considerati un esempio di architettura moderna da mostrare agli ospiti più importanti che arrivavano nella Capitale: nel 1931 li visita perfino il Mahatma Gandhi, il padre dell’India moderna. Alti e poderosi delimitano il quartiere verso la ferrovia dell’Ostiense e verso la grande arteria che avrebbe dovuto collegare Roma al mare, la Via Imperiale divenuta poi l’attuale Via Cristoforo Colombo. Nel tempo le strutture sono state modificate e sono diventate degli appartamenti a tutti gli effetti, perdendo così quella loro connotazione comunitaria.
Curiosare tra i lotti è una continua scoperta di angoli scenografici dove nessuna costruzione è uguale all’altra. Anche qui, in Piazza Randaccio, si affacciano villini accoglienti e immersi nel verde che rievocano altri tempi e altri luoghi. Un’altra tipologia caratteristica della Garbatella.

                                      

A Piazza Giuseppe Sapeto incontriamo due costruzioni gemelle con un’originale scalinata che porta nella zona sottostante. Lo stile è ancora il classico Barocchetto romano con i grandi archi che conducono all’interno e gli elementi decorativi semplici, ma gradevoli che si specchiano gli uni negli altri.
Per realizzare uno dei punti più affascinanti di tutto il quartiere, il cosiddetto lotto triangolare, gli architetti del tempo hanno veramente chiesto il massimo alla loro fantasia, disegnando casette che ricordano quelle di montagna, altre più semplici e razionali, altre addirittura con facciate palladiane, fino ad arrivare ad altre con citazioni borrominiane. Insomma, un divertissment che tiene sempre conto dei fruitori finali, gli abitanti.

 

 

Attorno a Piazza Masdea e a Via Magnaghi troviamo le case rapide chiamate così perché le hanno costruite in tempi brevissimi, con materiali poveri per dare alloggio agli sfrattati di Borgo Pio e del rione Monti dopo gli sventramenti fatti dal governo per costruire Via della Conciliazione e Via dell’Impero. Ma, nonostante siano costruzioni essenziali, anche qui ci sono spazi comuni, stenditoi, lavatoi, giardini, com’è nello stile della Garbatella. Attorno a questa piazza rettangolare, Piazza Masdea, si affacciano pareti ornate da elementi stilistici sobri e semplici: un altro piccolo borgo nel borgo di chiara impronta vernacolare. Ancora un episodio di quella città a misura d’uomo che ha ispirato tutto il quartiere.


La Garbatella, una miscela di generi e di vita, un luogo che nonostante l’inurbamento e la cementificazione della città, ha saputo rimanere intatto con tutta la sua forte identità.

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