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ARCHITETTURASTORIA DI ROMA

Nasoni di Roma: una storia lunga 150 anni

By 01/06/2024Agosto 20th, 20242 Comments

Sono uno dei simboli indiscussi di Roma. Sto parlando dei nasoni, le celebri fontanelle in ghisa di forma cilindrica con la cannella ricurva a forma di lungo naso all’ingiù. I romani li chiamano affettuosamente così, e sono diffusissimi tanto da essere diventati dei piccoli monumenti da scovare nelle strade e piazze della città.

Anche il modo in cui abbeverarsi a tali curiose fontanelle è attrazione a sè. Io, che a Roma sono arrivata a diciotto anni, ricordo nitidamente il momento in cui mi insegnarono a bervi. E lo stesso mio stupore di tanti anni fa, scorgo sui volti di tutti i turisti ogni volta che spiego loro come fare. Otturando con un dito il buco principale del naso, infatti, l’acqua zampilla da un forellino sulla parte alta del nasone, proprio dove inizia la curva all’ingiù. Questo permette di bere facilmente a distanza dallo zampillio, senza dover poggiare le labbra: un semplice e simpatico, oltre che igienico, sistema.

I nasoni, simbolo immutabile di una città dai mille volti, incarnano  il senso di comunità e ospitalità della città eterna, e, con la loro diffusione capillare, garantiscono a tutti – grande segno di civiltà – il diritto dell’accesso all’acqua.

Dalla loro posizione privilegiata i nasoni potrebbero raccontare milioni di storie: da quelle più semplici, che parlano di mercati rionali, di file di abitanti per riempire le proprie bottiglie, di bagnarole con i cocomeri tenuti in fresco d’estate, alle storie più complesse di trasformazione della città.

Ed è un po’ di queste storie che voglio raccontarvi in questo articolo.


Roma Regina Aquarum

Ma partiamo dall’inizio, ovvero da quando Roma nell’antichità era definita Regina Aquarum. Questo epiteto se l’era meritato perchè Roma vi era una grande disponibilità d’acqua, grazie all’apporto giornaliero che veniva dagli undici acquedotti che vennero costruiti. Gli acquedotti erano delle infrastrutture strabilianti e divennero uno dei simboli della grandezza e della capacità tecnica che elevarono la città eterna a Caput Mundi. Se volete conoscere il rapporto indissolubile che Roma ha avuto con l’acqua sin dall’antichità, ho scritto un articolo dedicato a Roma e l’acqua.

Dopo il declino dell’Impero Romano e dopo la pausa del Medio Evo, l’acqua tornò a gorgogliare copiosa in città, imbrigliata in fontane monumentali, contribuendo in modo sostanziale all’arredo urbano e costituendo il soggetto ideale per la fantasia degli artisti. Dal Rinascimento in poi si attivò una nobile gara tra pontefici, cardinali, famiglie patrizie ed ordini religiosi nel finanziare i progetti di scultori ed architetti per la realizzazione di fontane, fontanili, abbeveratoi, vasche e fontanelle.

Oggi Roma si fregia di oltre 5000 fontane ornamentali e monumentali che si possono ammirare in tantissime piazze e strade della città, nelle ville e nei parchi pubblici, nei cortili e negli androni di Palazzi storici.


Nascita dei nasoni con Roma Capitale

Ma oggi voglio parlarvi non di fontane famose e monumentali, ma di fontanelle più discrete ma altrettanto importanti nella storia di Roma, i nasoni appunto.

I nasoni nascono con Roma Capitale e nascono da un’intuizione del primo Sindaco della Roma liberata dal dominio pontificio, Luigi Pianciani e dell’assessore Rinazzi, di fornire la città di un sistema di distribuzione dell’acqua pubblica per favorire l’igiene e garantire la salute dei cittadini. I motivi che portarono il sindaco Pianciani a posizionare delle fontanelle d’acqua pubbliche furono, infatti, due. Il primo era quello di poter dare la possibilità di bere liberamente acqua potabile nelle strade e nelle piazze della città. Il secondo era per dare uno sfogo alla rete idrica al tempo molto intensa, dunque per ridurre la pressione dell’acqua ed evitare le rotture delle tubature.

Poesia de Er Bestia affissa su un nasone nell’estate 2017 come protesta contro la chiusura dei nasoni

Tra il 1872 e il 1874, vennero installati i primi venti nasoni, erano forgiati in ghisa, alti circa 120 cm, e pesavano circa 100 kg, ma avevano una forma un po’ diversa da quella odierna. L’acqua sgorgava in maniera continua da tre teste di drago, poste in cima ad una forma cilindrica, e terminava la caduta nel condotto fognario attraverso una grata posta a livello stradale.

Negli anni seguenti, il disegno delle fontanelle venne modificato: le tre bocchette decorate lasciarono il posto a un unico cannello liscio la cui forma è all’origine dell’appellativo “nasone”. Di quei nasoni originali con le teste di drago se ne conservano ancora tre esemplari: in Piazza della Rotonda all’ombra del Pantheon, in via San Teodoro e in via delle Tre Cannelle nel rione Monti.

Oltre alle fontanelle in ghisa, in giro per la città si possono trovare alcune costruite in travertino: vengono chiamate “della lupa imperiale”, dato che l’acqua fuoriesce da una testa di lupa in ottone. Questa tipologia di fontane venne installata tra gli anni Venti e gli anni Trenta, e ne rimangono in funzione una settantina nel centro storico, nei parchi e nelle zone del Foro Italico e dell’Eur.


I nasoni seguono l’espansione della città

Con il passare del tempo i nasoni hanno seguito l’evolversi della storia sociale di Roma e la loro presenza testimonianza le vicissitudini dell’espansione edilizia della città.

Nasone al Ghetto (1902)

Negli anni Sessanta e Settanta i nasoni hanno fornito un servizio minimo nei quartieri sorti in modo spontaneo, disordinato ed abusivo, e che erano quasi sempre carenti non solo di servizi ma anche delle infrastrutture. Quindi spesso i nasoni supplivano all’assenza di acqua corrente in queste abitazioni.
Ancor oggi, il sorgere di nuovi quartieri, sempre più periferici, è accompagnato dalla comparsa di questo arredo urbano ormai considerato indispensabile punto di riferimento ed al quale i romani proprio non possono rinunciare.

Nasone nel quartiere INCIS di Decima


Quando volevano chiudere i nasoni

Importante dire che i vari governi che si sono succeduti nella storia hanno visto il sevizio dei nasoni con l’acqua sempre in circolo non come spreco ma come ricchezza impareggiabile per la città, oltre a riconoscere una importante funzione sanitaria, perché con il movimento dell’acqua si evitano le stagnazioni che possono portare malattie e proliferare di insetti.

Tuttavia, negli anni 1980, nel tentativo di contenere lo spreco dell’acqua, il Comune di Roma modificò molti nasoni facendovi montare alla sommità un rubinetto metallico a molla che apriva il flusso d’acqua solo all’occorrenza. Il consumo idrico venne drasticamente ridotto, ma l’innovazione si rivelò antiestetica e poco pratica, anche a causa di frequenti vandalismi, perciò fu abbandonata dopo solo due anni. Di essa è sopravvissuto il foro praticato subito sotto il coperchio della fontana per alloggiarvi la manopola metallica, anche se tale rubinetto sopravvive ancora su alcuni esemplari.

Un nuovo tentativo fu portato avanti dalla giunta Raggi che aveva programmato un piano di chiusura di molti nasoni, lasciandone operativi soltanto 85, a causa della siccità e dell’abbassamento dei livelli dei laghi e dei fiumi nell’estate 2027. Questa decisione mandò su tutte le furie i cittadini romani – a dimostrazione anche del legame che c’è tra popolazione e nasoni – tanto da portare la sindaca Raggi a temporeggiare su questa decisione fino ad abbandonarla del tutto.

Chiudere le fontane nelle strade di Roma in fin dei conti non è la soluzione migliore, visto che il risparmio derivante dalla chiusura dei nasoni è calcolato tra l’1% e il 2% del consumo totale della città, mentre il grosso dello spreco è determinato dalle perdite delle tubature di trasporto, vecchie e senza manutenzione, che però fortunatamente sono passate dal 41% al 28% nel 2022 (fonte ACEA). Senza tener conto, inoltre, che la funzione principale dei nasoni è quella di sfogo delle tubature per ridurre la pressione stessa ed evitare rotture nella rete, e che la continua fuoriuscita dell’acqua è fondamentale per diversi aspetti tra cui quelli sanitari, perché il continuo sgorgare dell’acqua evita la proliferazione dei batteri.

Proteste nell’estate 2017 contro la chiusura dei nasoni


L’anniversario per i 150 anni dei nasoni

Nel 2024 i nasoni hanno spento 150 candeline. Per promuovere la conservazione e la valorizzazione delle caratteristiche fontanelle dell’acqua di Roma come parte integrante del patrimonio urbano, Acea ha installato tre nuovi nasoni con marchio Acea nei pressi del Colosseo.  Garantire che questi tesori rimangano una risorsa vitale per le generazioni future sarebbe un tributo adeguato alla loro duratura importanza e al loro impatto indelebile sulla storia e la cultura della Città Eterna.

Inaugurazione tre nuovi nasoni di Acea (maro 2024)


Come è fatto un nasone

Il nasone è costituito normalmente da un corpo di ghisa cilindrica, al quale è connesso un tubo ricurvo in metallo normalmente forato al centro. Abbiamo visto che gli esemplari più antichi sono dotati di tre rubinetti decorati con teste di drago, mentre in alcuni casi il rubinetto ricurvo è stato affiancato o sostituito da un rubinetto metallico a molla, montato solitamente sulla parte superiore della fontana. In alcuni casi alla base è stato saldato un piccolo contenitore per far abbeverare anche gli animali. Sopra il rubinetto, normalmente, è posto lo stemma di Roma.

Ogni nasone ha un’altezza di circa 120 centimetri, rendendolo facilmente accessibile ad adulti e bambini.

Il design dei nasoni di Roma riflette un misto di funzionalità ed estetica semplice, ideato per integrarsi armoniosamente con l’ambiente urbano della città.

Una delle caratteristiche più distintive dei nasoni è il loro rubinetto a forma di naso, da cui il nome. Questo rubinetto non solo dà un tocco caratteristico al design, ma è anche estremamente funzionale: l’acqua sgorga continuamente da un foro situato alla base del naso, permettendo un facile rifornimento di acqua.

La maggior parte dei nasoni è dotata di un piccolo foro sulla parte superiore del rubinetto, progettato per inserire un tappo che, una volta bloccato, devia l’acqua verso l’alto, facilitando il bere direttamente dalla fonte senza bisogno di recipienti nè di doversi abbassare troppo.

Questo design risponde alle necessità pratiche di rinfrescarsi e rifornirsi di acqua, ma è anche pensato per minimizzare lo spreco. L’acqua che sgorga è costantemente rinnovata, garantendo freschezza e limitando la possibilità di stagnazione, che potrebbe portare a contaminazioni. La semplicità del meccanismo di erogazione riduce notevolmente i bisogni di manutenzione.

I nasoni hanno una silhouette inconfondibile e riconoscibile anche a distanza di metri, ma è divertente scovarne anche di diversi, modificati, snasati, oppure trasformati in oggetti di street art.

Nasone sulla Via Nomentana Antica nei pressi di Ponte Nomentano

I nasoni di Roma sono distribuiti strategicamente in tutta la città, assicurando che sia i residenti che i turisti abbiano facile accesso all’acqua potabile ovunque si trovino. Queste fontanelle, infatti, sono presenti ovunque, dalle aree turistiche centrali ed affollate, fino ai quartieri più periferici, dove servono le comunità locali.


I nasoni oggi

I nasoni in città oggi sono sono ben 2500. Che sommandosi alle altre fontane e fontanelle, raggiungono un numero tale da rendere Roma la città con più fontane pubbliche al mondo.

All’interno delle Mura Aureliane sono 280, mentre si stima che all’interno del Grande Raccordo Anulare ce ne siano circa 1150, ma bisogna tenere conto che l’area di giurisdizione del comune di Roma è molto più estesa. Infatti, numerosi sono altresì i nasoni al di fuori del perimetro comunale: la zona Fiumicino e Ciampino, per fare due esempi, sono costellati di nasoni. Abbiamo visto che questo tipo di fontane è considerato un simbolo a Roma, dove è ampiamente diffuso, ma diversi esemplari sono presenti anche nel resto del Lazio, in Campania e in Toscana.

Acea, azienda municipalizzata di Roma Capitale, ha censito su territorio 5 333 esemplari di nasoni.

Continua è comunque l’installazione di nuovi impianti e ciò rende allegramente impossibile il completamento definitivo di un archivio. I nasoni continuano ad essere prodotti da alcune fonderie della Capitale e dei dintorni come le fonderie Carnevale, presso il GRA all’altezza di Via Tiburtina, la Sider di Frascati, le storiche Fonderie Bastianelli.

L’acqua che erogano è freschissima per il continuo scorrere, ed è la stessa distribuita da Acea nelle case dei romani.


Il nasone 4.0

L’idea del nasone 4.0 ha preso vita durante l’Innovation Garage, iniziativa Acea volta a trovare idee all’avanguardia tra i dipendenti delle società del Gruppo. All’interno di un ecosistema più ampio, Waidy, il progetto del nasone 4.0 è stato sviluppato in ottica di sostenibilità e valorizzazione della risorsa idrica utilizzando tecnologie e strumentazioni innovative.

L’obiettivo è trasformare il classico nasone, simbolo iconico dell’approvvigionamento idrico a Roma in un vero e proprio hub tecnologico che utilizza le più avanzate tecnologie per raccogliere e trasmettere informazioni qualitative e quantitative sull’acqua, consentendo di monitorare quotidianamente l’approvvigionamento idrico proveniente da questi impianti. La grande mole di dati e le informazioni tecniche, raccolte attraverso l’innovazione tecnologica applicata alle fontanelle dell’acqua di Roma, portano valore per il gestore di riferimento che può utilizzarli per efficientare la rete e migliorare il servizio.

Il nasone passa così da un simbolo storico di Roma a un guardiano tecnologico per la qualità e tutela della risorsa.

Il nasone 4.0 diventa quindi un punto di controllo della rete, ma in futuro potrebbe anche evolversi in un punto di monitoraggio ambientale raccogliendo non solo dati sull’acqua erogata, ma anche altri parametri ambientali, come ad esempio la qualità dell’aria. Inoltre la diffusione di questa tecnologia sulle fontanelle dell’acqua potrà andare a creare una vera smart water grid, una rete intelligente di punti idrici in grado di comunicare tra loro in modo da aiutare a prevenire guasti e disservizi.


Guida ai nasoni

Esistono anche delle mappe dei nasoni. Nel 2009 l’Acea, per festeggiare i suoi 100 anni, ha realizzato una mappa per i turisti per trovare i nasoni. Il titolo era “L’acqua è un tesoro. E Acea ti regala la mappa”.

Inoltre, il gruppo editoriale Innocenti Editore nel 1999 ha pubblicato un volumetto, una piccola guida illustrata dei nasoni all’interno delle Mura Aureliane di Fabrizio Di Mauro, dal titolo I Nasoni di Roma.

Infine, c’è anche l’app che io utilizzo spesso perchè ti geolocalizza e ti indica su una mappa i nasoni a te più vicini. Si chiama Acea Waidy Wow che ti guida attraverso i percorsi più affascinanti dell’acqua, indicandoti i punti di approvvigionamento più vicini a te, tra cui fontanelle, case dell’acqua e nasoni, e assistendoti nel monitorare il tuo consumo idrico giornaliero. Contribuisce inoltre a ridurre l’impatto ambientale e ti aggiorna quotidianamente su tutte le notizie e le novità in ambito green. In più, attraverso un sistema smart, permette l’individuazione di eventuali malfunzionamenti delle singole fontane, dando a tutti la possibilità di segnalare guasti e richiedere i parametri quali-quantitativi dell’acqua erogata.


Nasoni nel cinema

Legati alla panoramica di simboli di Roma ed accompagnando la storia evolutiva della città, i nasoni sono stati spesso oggetto di scene cinematografiche. Praticamente il nasone compare sugli schermi cinematografici non appena il cinema lascia i teatri di posa e comincia a perlustrare le strade cittadine. Lo vediamo comparire ed essere protagonista, infatti, in una delle prime pellicole che ci mostrano Roma: sto parlando di “Campo de’ Fiori” (1943) di Mario Bonnard. Il nasone della celebre piazza diventa il fulcro attorno al quale ruotano le vicissitudini sentimentali di Aldo Fabrizi e Anna Magnani. Celebri le scene del litigio fra i due e quella del pargolo di Fabrizi messo a sedere sulla testa della fontanella.

Il nasone arriva subito nelle periferie cinematografiche con il Neorealismo. Sto parlando del nasone di Via Scarpanto nella borgata fascista di Val Melaina davanti al quale siede il protagonista Antonio Ricci nelle sequenze iniziali di “Ladri di biciclette”(1948) di Vittorio De Sica e dove si vede una donna che vi lava i panni. Ora quel nasone è stato spostato di qualche metro e sta eretto sotto una targa che ricorda il punto in cui sono avvenute le riprese del film

Nasone a Val Melaina davanti alla targa che ricorda il punto in cui è stato girato “Ladri di Biciclette”

O, rimanendo sempre in borgata, non posso non citare il nasone di Via del Pigneto (anche questo ora spostato di qualche metro) che compare spesso in camera davanti la casa del protagonista di “Accattone” (1961) di Pier Paolo Pasolini Proprio a questo nasone c’è una scena cruciale in cui Accattone si bagna il capo in una crisi di coscienza. Gesto ripreso, in una sorta di omaggio cinematografico, anche da Nanni Moretti in Caos calmo (2003) di Antonello Grimaldi, anche se in quel caso il nasone è nel rione San Saba, in Piazza Gian Lorenzo Bernini.

Ma come dimenticare il nasone con tre teste di drago di Via delle Tre Cannelle ne “I soliti ignoti” di Mario Monicelli del 1958: è il luogo in cui viene ambientato il furto al centro del quale ruota tutto il film.

O ancora quello in “C’eravamo tanto amati” (1974) di Ettore Scola in cui Gianni Perego, interpretato da Vittorio Gassmann, si abbevera al nasone di via dei Fienili dietro al Foro Romano dopo una cena al Re della Mezza Porzione dove ha rincontrato dopo trent’anni i suoi compagni di lotta partigiana.

O, sempre di Ettore Scola, “Brutti, sporchi e cattivi” (1976) ritroviamo la tipica fontanella romana in un contesto di degrado ed emarginazione urbani: nella scena finale viene immortalato su pellicola il commovente e contraddittorio quadro di una capitale delle baracche, tipico di quegli anni, in cui una giovanissima ragazza gravida sta di fronte al nasone mentre sullo sfondo si erge la maestosa cupola di San Pietro, mirabile rappresentazione delle eterne contraddizioni della città eterna.

Venendo a tempi più recenti, non poteva mancare in uno dei film che più ha omaggiato Roma e la sua architettura, ovvero “La grande bellezza” (2013) di Paolo Sorrentino, in cui Geppi Gambardella si abbevera accanto alla più maestosa Fontana del Mascherone: siamo sull’Aventino, in uno dei luoghi più suggestivi della città, accanto alla Basilica di Santa Sabina ed all’ingresso del Giardino degli Aranci.


I nasoni raccontano

I nasoni sono protagonisti non solo nel cinema, ma anche nel teatro. Proprio perchè raccontano la storia urbanistica e sociale della città di Roma, lo spettacolo I Nasoni raccontano – La storia ha il naso lungo si pone come un inedito viaggio teatrale a tappe alla scoperta della capitale, che si fa percorso tra vie, vicoli, palazzi e scorci trasformando i quartieri in palcoscenico.

Gli itinerari, narrati dalla Compagnia del Teatro dell’Orologio, con la drammaturgia originale di Fabio Morgan e la regia di Leonardo Ferrari Carissimi, sono costruiti – ogni estate in un quartiere diverso – con personaggi e trame raccolte dalla memoria collettiva, dagli scritti e direttamente dalla strada, attraverso processi partecipativi il cui scopo è il recupero della consapevolezza degli spazi urbani che abitiamo quotidianamente. Ogni nasone è custode di una storia, di un avvenimento: intervistando i cittadini, si raccolgono materiali storici e aneddotici per trasformarli in un testo teatrale che viene allestito in forma itinerante all’interno del quartiere scelto.

Il progetto dei Nasoni raccontano, giunto alla sua settima edizione, si è svolto ogni estate in un quartiere diverso: Centocelle, Pigneto, Gordiani, Quadraro, Tor Pignattara.

 

Gabriella Massa

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  • Armando Bettozzi ha detto:

    Li nasoni de Roma
    Ce n’èreno n casino tutti sparsi
    pe strade, viali, vicoli e piazzette
    pe spegn’er fòco ne li gozzi riarsi
    che spèce quànn’è estate è ammasette!

    Defàtti quarchiduno penzò bbène
    de st’a piazzà qua e llà le colonnette
    co quer nasone pe addorcì le pene
    der fòco addosso…Propio benedette,

    a colà ggiù dar naso – frescarella –
    tant’acqua giorno e notte, quànn’er sòno
    te pò anninnà com’ogni funtanella
    ch’è ariposànte e fa scordà er frastono.

    Ma – ar solito – viè er tempo a scombinà…
    E – p’oprì e chiude – ecco er rubbinetto,
    pe n fà spregà (ch’è giusto!)…e sparambià.
    Ma poi, pian, piano, guasi via de netto.

    Però, ndove abbitàmo, pe fortuna,
    de colonnette – fòr de n giardinetto
    ne vedo da na parte ancora una,
    ma sta lontano da ndo vado a lletto.

    Cusì…numme ciannìnno a sentì a scôre…
    Ma er fatto de sapé che sta llì attorno
    ôrtre che a bbéve m’arilègra er còre,
    sapènno ch’è na rarità oggiggiorno.

    Eh, ssì!…Basta a penzà a Roma sparita…
    E quànno – ancora…n po’ de sparizzione
    la tròvi a ddì che nu è! tutta finita,
    è aritrovà n tesoro…È apparizzione! Armando Bettozzi – 27 agosto 2024

  • Armando Bettozzi ha detto:

    “LA FUNTANELLA PISCIARELLA”

    La pisciarella de sta funtanella
    ce cantilena favole de n tempo,
    de quànno l’òjo bbòno se pijava
    dar ‘vini e olii’ giusto sotto casa.
    L’istesso, er pane fresco, che imbustava
    preciso, quer paciòcco der Sòr Mario,
    co er làpise ncastrato nfra le recchie
    pe aggiornàcce ‘i libbretti de la spesa.
    Che se pijava – allora – tutto a bbuffo.
    E er latte t’aspettava gni matina
    ggiù, dar lattaio, sempre…sotto casa,
    da ndo’ vieniva fòri no sprofumo
    de maritozzi bbòni co la panna,
    inortre a quello llì der latte fresco!…
    (che a casa se doveva fà bollì).

    Lo pijavamo llì…a via Santa Maura
    indove che la fija der padrone
    era fatta … de latte puro lei!
    Bianca e rosa, riccetta, uguale a Heidi,
    quella sur monte a pascolà caprette….
    Quann’era na cert’ora de matina,
    c’era pe n po’, er fracasso de le bbòcce * *bottiglie. In questo caso, del latte, com’era allora’
    a sbatte nde ‘i cestelli in fil de fèro…

    Co quer su pisciarello n’aricconta…!
    Puro che llì ce stava er carbonaro
    indò ciannàvi a pià la carbonella,
    er sapone, le ventola p’er fòco…

    Pe quela strada, chiusi li negozzi,
    ce giocavamo a palla…a ‘sottomuro’…
    a ‘pizzo’… che era er bordo-marciapiede.
    Chi annàva più in pizzo (senz’annà ggiù),
    côr su’ tappetto*, vinceva tappetti… * (tappi a corona di acqua…birra…coca-cola…)
    o figurine, o boccini de vetro…

    Porèlla…Ancora vive in quel bèr mônno, llì…
    Ché – fortunata lei! – n s’è manco accorta –
    de come quarchiduno l’ha ridotto!…
    Eggià!…Er progresso….e dico: ‘questo qui’…

    Rimànete così, tutta ncantata
    ancora pe mill’anni, funtanella!
    Continua a ddàcce – ancora – pellomeno
    sta sensazzione bbèlla che sai dàcce,
    de n tempo – che n c’è più – co tanto meno…
    indo’ ce fai paré ancora…de stàcce.

    Armando Bettozzi – 30 giugno 2026

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