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STORIASTORIA DI ROMA

Il Santa Maria della Pietà: da manicomio a parco pubblico

By 19/02/2024Agosto 20th, 2024No Comments

Uscendo dalla Stazione Roma Monte Mario della linea Roma-Cesano e camminando lungo la ciclabile che scorre sulla vecchia ferrovia, ci si ritrova davanti una cancellata dietro la quale si sviluppa un’area verde: potrebbe sembrare uno dei tanti parchi poco curati di Roma, ed invece custodisce una storia, anzi molte storie di dolore. Il Parco Santa Maria della Pietà era, infatti, il manicomio provinciale di Roma, uno dei tanti manicomi italiani la cui costruzione fu prevista dalla Legge Giolitti del 1904 concernente le “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati“.

La storia dei manicomi italiani è una storia lunga un secolo, fatta di alienazione, esclusione, sofferenza, segregazione, e che si interromperà solo con un movimento di medici e infermieri che dagli anni Settanta metteranno in discussione i metodi e che confluirà nella Legge Basaglia che ha chiuso di fatto i vecchi manicomi e li ha trasformati in monumenti di se stessi.

Il percorso del Santa Maria della Pietà, con il Museo della Mente ospitato in uno dei suoi padiglioni, è un luogo che ci esercita alla memoria di ciò che è stato e di chi in quelle gabbie ha sofferto.

 

Storia del Santa Maria della Pietà

Il Manicomio Provinciale del Santa Maria della Pietà, istituito in epoca giolittiana, in realtà affonda le sue origini molto indietro nel tempo, ovvero alla metà del XVI secolo, durante il pontificato di Paolo III, quando venne istituito l’Ospedale Santa Maria della Pietà. Fondato nel 1548 per volontà e opera del sacerdote sivigliano, Ferrante Ruiz, cappellano di Santa Caterina dei Funari, e dei due laici Angelo Bruno e il figlio Diego, legati a Ignazio Loyola e a Giacomo Laynez, l’ospizio (all’epoca non c’era distinzione concettuale tra ospedale e ospizio, erano entrambi luoghi di cura e contenzione) ebbe come prima sede il Monastero di Santa Caterina delle Vergini Miserabili in Piazza Colonna, sostenuto da San Filippo Neri e San Carlo Borromeo.
L’Ospedale Santa Maria della Pietà fu istituito inizialmente come confraternita in aiuto a poveri, pellegrini e vagabondi, ma nel 1572 la sua attività si specializzò in aiuto ai “poveri pazzerelli”, che prevedeva l’uso di strumenti di contenzione, la somministrazione di purghe e salassi e, in casi sospetti, il ricorso all’esorcismo.

La situazione dell’ospedale risentì, verso la fine del Cinquecento, della situazione romana: la Controriforma e la lotta al banditismo, all’eresia, alla stregoneria portarono alla trasformazione del ricovero dei pellegrini e dei pazzerelli in una struttura essenzialmente coattiva e di reclusione, dove l’esercizio della carità venne sostituito dalla necessità di ordine pubblico in un processo più generale di  internamento che coinvolse la vita di tutte le istituzioni assistenziali. Tutto ciò verrà poi confermato dalle Regole Barberiniane, stabilite dal cardinale Francesco Barberini nel 1635, che non recavano più traccia dei principi ispiratori degli statuti precedenti, in particolare nei riguardi dei ricoverati: “perché l’ospedale deve ricevere solo quelli che non possono stare altrove senza grave danno del prossimo”.

Il 1725 è un anno molto importante nella storia del Santa Maria della Pietà: è l’anno in cui Papa Benedetto XIII dispose il trasferimento dell’ospizio a Via della Lungara, sotto la giurisdizione dell’Arciospedale di Santo Spirito; contestualmente la chiesa fu concessa ai Bergamaschi, che la riedificarono e trasformarono l’antico manicomio in ospedale per infermi della loro nazione.
La costruzione del nuovo ospedale fu affidata nel 1727 all’architetto Filippo Raguzzini e fu portata a termine nel 1729. L’ospedale era suddiviso in due fabbricati distinti, uno per gli uomini ed uno per le donne, con un giardino adibito ad orto con una fontana centrale. La facciata si estendeva su Via della Lungara per 114 metri, era separato dall’Ospedale Santo Spirito dai lavatoi ed era costituito da un pianterreno e da due piani superiori. I ricoverati si trovavano a contatto con i passanti della via perché chiedevano l’elemosina attraverso le sbarre delle finestre del pianterreno.

Ospedale dei poveri pazzerelli in Via della Lungara, all’altezza di Piazza della Rovere, oggi non più esistente

Il trasferimento dei malati all’ospedale di Via della Lungara, però, non migliorò di certo la situazione materiale dei degenti: i malati venivano spogliati ed abbandonati nelle stanze di paglia, ambienti ristretti, delle vere e proprie stalle, in cui la paglia veniva cambiata ogni giorni; esistevano gli anelli e le catene infissi al muro; venivano utilizzate le “bove”, speciali ceppi di legno a forma di giogo che immobilizzavano i piedi e che restarono in uso fino al 1850; i medici avevano accesso esclusivamente per somministrare purganti e salassi.

La situazione sembrò cambiare con l’amministrazione francese della città tra il 1809 e il 1814 che, attraverso la Consulta Straordinaria per gli Stati Romani, introdusse una regolamentazione degli ospedali: il decreto del 1810, infatti, introdusse le norme basilari del Codice Napoleonico, e cominciarono ad apparire le annotazioni di tipo medico e psicopatologico nei primi elenchi formulati dei ricoverati, entrando in un processo di medicalizzazione orientato ad una sua trasformazione in istituzione clinica.

La restaurazione pontificia del 1814 segnò una battuta di arresto in tale processo di modernizzazione. Dobbiamo aspettare l’elezione al soglio pontificio di Pio IX, un papa che proverà a modernizzare la città di Roma, per vedere alcune riforme dell’istituzione. Non appena eletto, Pio IX soppresse nel 1847 l’Ordine dei Canonici di Santo Spirito, e attuò delle linee di riforma che rispecchiavano ed ampliavano quelle francesi napoleoniche. Fu costituita un’apposita Commissione per presentare un progetto per la costruzione di un nuovo manicomio, con l’intento di realizzare finalmente l’utopia del manicomio modello. Il progetto prevedeva nuove aree per la sua realizzazione, dentro e fuori la città: una struttura dove trovassero spazio il culto, l’amministrazione, i servizi, la cura dei ricoverati, il collegamento fra i ricoverati e le famiglie, nonché il miglioramento della vita quotidiana con lettura, musica e passeggiate. Purtroppo tale progetto fu ritenuto troppo dispendioso e quindi abbandonato a favore di una ristrutturazione dell’ospedale esistente di Via della Lungara, che avvenne tra il 1859 e il 1860 ad opera dell’architetto Francesco Azzurri. Se da un lato continuava a permanere l’approccio tipicamente assistenziale alla malattia, a partire dal 1865 con l’emanazione dell’ultimo Statuto e Regolamento per il Manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma, l’istituto comunque si allineò agli altri manicomi italiani.

La presa di Roma nel 1870 cambierà tutto: il luogotenente generale La Marmora emanò un decreto che aboliva la vecchia Commissione ospedaliera pontificia, e la sostituì con nuovi membri con l’incarico specifico di amministrare gli ospedali romani e redigere gli statuti degli stessi.

Un lungo dibattito parlamentare, durato anni, portò nel 1904 alla legge Giolitti n.36 “Disposizione sui manicomi e sugli alienati” e i regolamenti dei singoli istituti furono demandati al momento dell’approvazione del regolamento di esecuzione della legge, nel 1909. Nel mentre, nel 1905, venne nominato come direttore sanitario del Santa Maria della Pietà, Giovanni Mingazzini, che rimase in carica fino al 1924, e che segnò il passaggio da una psichiatria di tipo asilare ad una psichiatria caratterizzata in termini neuropatologici.

Nel 1907 l’intera gestione del manicomio fu affidata alla Provincia e due anni dopo, nel 1909, si procedette alla demolizione dell’edificio in Via della Lungara ed alla costruzione del nuovo ospedale psichiatrico, che venne denominato Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà.
L’ideazione e realizzazione del manicomio si deve al senatore Alberto Cencelli: la sua idea era quella di costruire l’ospedale sulla collina di Monte Mario, nella località Sant’Onofrio in aperta campagna nella parte più elevata dell’area. Così scriveva Cencelli nel 1914 :“Sant’Onofrio dovrà presto diventare un centro abitato importante. Oltre che il Manicomio, vi sarà, fra non molto e a breve distanza, la nuova Scuola di agricoltura, che costruisce pure la nostra Provincia. Case di abitazione popolare sorgeranno attorno al Manicomio per gli infermieri e le loro famiglie; esercizi di rivendita si apriranno sicuramente. E, quando vi sia il tram, anche privati costruiranno nei dintorni ville e villini. Come luogo di villeggiatura non ve n’è altro paragonabile a questo, nelle vicinanze immediate di Roma”.
A tale scopo fu acquistata dall’amministrazione provinciale la Tenuta Lucchina ed il nuovo complesso, progettato dagli ingegneri Edgardo Negri e Eugenio Chiesa, fu inaugurato ufficialmente da Vittorio Emanuele III il 31 maggio 1914, anche se cominciò a funzionare già il 28 luglio 1913.

Foto storica del Santa Maria della Pietà a Monte Mario

Il complesso del nuovo ospedale di Santa Maria della Pietà si estendeva su una superficie di circa centotrenta ettari e comprendeva 34 edifici ospedalieri, di cui 24 erano padiglioni di degenza. Gli edifici risultano immersi in un grande parco di piante a fusto alto – quali querce, lecci, pini, abeti – e collegati tra di loro da una rete stradale di circa sette chilometri complessivi che seguono il naturale andamento del terreno.
Elemento ordinatore del piano è l’asse principale, che si dispone quasi perpendicolarmente al tracciato della ferrovia: su di esso vennero disposti gli edifici e le aree di rilevanza collettiva. Il medesimo asse costituisce anche l’elemento di divisione tra i reparti destinati agli uomini e quelli destinati alle donne e ai fanciulli, disposti nelle zone laterali. I padiglioni per i degenti vennero divisi in base al tipo di attività medica prevista e alla patologia degli assegnatari, mentre nella zona periferica furono sistemati i piccoli ospedali per i contagiosi e, in prossimità dell’ingresso principale, l’edificio della Necroscopia. Tutti gli edifici, distanti reciprocamente circa 50 metri, vennero disposti asimmetricamente rispetto all’asse principale, sul quale si aprono anche larghi piazzali. L’elemento ordinatore vero e proprio è costituito dal grande percorso anulare che, con i suoi 1060 metri lineari di lunghezza, costituisce la maggiore arteria del complesso. All’interno dell’area individuata dall’anello viario, vi è un grande piazzale che rappresenta il cuore dell’intero impianto ed è tutt’oggi lo spazio aggregativo. Oltre ai padiglioni per la degenza, vi erano altri edifici per la direzione, la chiesa, la mensa, la dispensa, la lavanderia, le officine dei fabbri e dei falegnami, la tipografia, la legatoria, la materasseria, l’alloggio delle suore. L’ospedale aveva una capacità di 1.059 posti letto e comprendeva anche un padiglione riservato ai tubercolotici. Quando cominciò a funzionare l’ospedale ospitava 210 ricoverati, che salirono a 1.371 dopo la chiusura dell’ospedale di Via della Lungara.

Progetto del Manicomio Provinciale di Roma a Sant’Onofrio

Al progetto originario viene aggiunto un ulteriore edificio. Il nuovo padiglione diventa un reparto dell’ospedale dedicato alle cure dei minori di 14 anni recuperabili. Negli anni successivi furono aggiunti altri due padiglioni, uno per fronteggiare le necessità nate dall’aumento dei ricoverati, un altro per ospitare specificatamente “fanciulli oligofrenici di età superiore ai 14 anni e parzialmente rieducabili con metodi scolastici ed artigianali”. Il padiglione, inaugurato nel 1933 con il nome “Principe di Piemonte”, divenne nel 1947 Istituto Medico-Pedagogico Sante De Sanctis, con centoventi posti letto. Svincolato nel 1951 dal regime legislativo che regolava il manicomio, continuò a funzionare come centro di osservazione e smistamento per la psichiatria infantile, mentre ai bambini oligofrenici non rieducabili veniva riservato l’ottavo padiglione.
Venne istituito anche un Centro di Malarioterapia, servizio operante per tutto il territorio nazionale dal 1927 al 1956, e trasferì l’Ufficio Statistico delle Malattie Mentali da Ancona a Roma fino al riassorbimento dello stesso, nel 1957, da parte dell’Ufficio Centrale di Statistica.


Le condizioni di vita nei manicomi e la necessità di una nuova legge

Nel corso del Novecento, nonostante i progressi scientifici, l’internamento manicomiale continuava ad essere disciplinato dalla legge del 1904, che limitava il ricovero ai soli malati pericolosi o che dessero pubblico scandalo, venendo di fatto a porsi come una vera e propria misura di prevenzione. Queste caratteristiche della legge, in particolare l’impossibilità di un ricovero volontario, erano apparse intollerabili sin dagli Anni Venti, ma nulla era stato fatto per arrivare ad una sua modifica.

All’inizio degli Anni Cinquanta un gruppo di deputati presentò alla Camera la proposta di legge 27 dicembre 1951 n.2437 sugli “ospedali psichiatrici e per la cura e profilassi delle malattie mentali”, la quale, rimasta senza esito nella prima legislatura, era stata ripresentata nella successiva con alcune modifiche per superare le riserve con le quali era stata accolta. Secondo tale proposta, la cura e la profilassi della malattie mentali e l’igiene mentale avrebbero dovuto formare oggetto di pubblico servizio; tutti i malati di mente di qualsiasi gravità, pericolosi e non, non suscettibili di cure né di assistenza al di fuori dell’ospedale psichiatrico, avrebbero dovuto provvedere alla lotta contro le malattie mentali, oltre che con gli ospedali, anche attraverso l’istituzione di servizi extraospedalieri. Ma si dovette attendere altri tredici anni affinchè la legge del 1904 fosse cambiata: era il 1967 e il ministro Mariotti presentava al Senato un progetto di legge sull’assistenza psichiatrica e sulla salute mentale composto di trentanove articoli. Gli obiettivi erano di un certo peso perchè si riformava l’assistenza psichiatrica centrandola sui servizi di igiene e profilassi mentale piuttosto che sull’ospedale. Tali servizi avrebbero dovuto avere compiti profilattici, terapeutici, medico-sociali, assistenziali ed articolarsi in un centro provinciale di igiene mentale, dispensari e ambulatori psichiatrici più altre istituzioni come ospedali diurni, notturni, laboratori ed aziende agricole protette, riprendendo le esperienze innovative della psichiatria inglese. Il progetto nonostante le buone intenzioni era destinato a rimanere lettera morta.

Veniva invece approvata la legge del 18 marzo 1968 n.431 che della proposta originaria costituiva semplicemente uno stralcio. Le uniche innovazioni introdotte riguardavano la possibilità del ricovero volontario da parte del paziente e l’abolizione dell’obbligo dell’annotazione sul casellario giudiziario dei provvedimenti con i quali il giudice ordinava il ricovero in manicomio. Se quindi già dall’inizio degli Anni Sessanta il trattamento tradizionale della follia, tutto incentrato sul manicomio, appariva a quasi tutti gli addetti ai lavori oramai obsoleto, allo stesso tempo la psichiatria ufficiale si scopriva tutt’altro che disposta a rinunciarvi, mantenendo inalterata la propensione all’internamento. I cambiamenti, non potendo arrivare a livello istituzionale e legislativo, cominciarono a giungere dal basso, dall’iniziativa di singoli operatori o da movimenti. Il primo fu Franco Basaglia, che nel 1962 avviava nell’ospedale psichiatrico di Gorizia un tentativo di rinnovamento, che di lì a poco avrebbe portato alla costituzione della prima “comunità terapeutica” italiana. Tale esperienza non era destinata a rimanere isolata, in quanto progressivamente fenomeni di negazione dell’assetto manicomiale tradizionale cominciarono a prodursi anche altrove: a Nocera Superiore, Arezzo, Parma, Trieste, in alcuni casi avviati da persone che avevano condiviso con Basaglia l’esperienza a Gorizia.
A Roma i primi fermenti antistituzionali presero forma negli Anni Settanta. Nell’agosto del 1975, dalla chiusura del padiglione più grande, il XXII, un gruppo di infermieri stanchi di esercitare un ruolo esclusivamente custodialistico, occuparono il padiglione XXV, il vecchio reparto di isolamento, dando avvio ad un’esperienza di autodeterminazione che vide coinvolti trenta pazienti e che tentò di applicare la lezione basagliana di Gorizia.  C’è un docufilm del 2017 di Massimiliano Carboni che si chiama “Padiglione 25” che racconta quella esperienza di autogestione che durò due anni e che aveva come obiettivo la definitiva dimissione dei degenti: gli infermieri protagonisti – che in origine erano 8, al termine erano diventati 14 – abbatterono la contenzione farmacologica e meccanica; reintrodussero l’uso di oggetti quotidiani come le posate, gli abiti civili, il sapone; decisero di pagare i pazienti impegnati in lavori all’interno della struttura.

Al termine del 1975 nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà, però, erano ancora presenti seicento ricoverati, ottocento infermieri, duecento ausiliari di reparto, cinquanta medici, venti assistenti sociali, e le lunghe lotte per migliorare il rapporto tra operatori e assistiti non riuscì ad incidere sulla qualità degli interventi assistenziali e sull’avvio di un processo di deistituzionalizzazione complessivo.

Bisognerà attendere qualche anno la legge n.180 del 1978, meglio nota come Legge Basaglia, affinchè si potè arrivare a livello nazionale a disporre la chiusura dei manicomi e a bloccare l’accettazione di nuovi pazienti. La Legge Basaglia ha segnato un solco importante nella storia della psichiatria, archiviando definitivamente l’era della ghettizzazione dei malati mentali e restituendo loro dignità e il diritto alla cittadinanza in un tessuto sociale.


Il Santa Maria della Pietà oggi

Con la chiusura dei manicomi dettata dalla Legge Basaglia del 1978, dal gennaio 1979 l’ex manicomio di Santa Maria della Pietà è diventata parte di una Unità (poi Azienda) Sanitaria Locale fino alla definitiva chiusura nel 1999.

Il Santa Maria della Pietà oggi è un grande parco pubblico, dove poter passeggiare e correre, dove aree verdi si alternano sia a padiglioni in abbandono sia ad edifici oggi occupati da attività sanitarie, uffici del Comune di Roma, associazioni culturali. Con i fondi destinati al grande Giubileo del 2000, infatti, i cinque padiglioni 6, 9, 11, 13 e 15 sono stati oggetto di interventi di ristrutturazione e restauro, per essere destinati a ospitare attività ricettive e culturali. Nell’ambito del programma di riuso e valorizzazione dell’area, il 6 aprile 2000 è sottoscritto un primo Protocollo d’Intesa tra la Regione Lazio, la Provincia, il Comune l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, siglato il 18 aprile 2007: sono assegnati 18 padiglioni alla Azienda Sanitaria Locale, 8 all’Università “La Sapienza”, 4 alla Casa dello Studente e uno ad attività sociali e culturali. Nel maggio 2010 l’Università però ha rinunciato ad acquisire i padiglioni da destinare a campus universitario.

Uno di questi padiglioni, precisamente il 6, ospita il Museo Laboratorio della Mente, che, inaugurato nel 2000, ripercorre la storia dell’Ospedale Santa Maria della Pietà, e che si pone come museo di narrazione che, proponendo un itinerario immersivo narrativo, ha l’obiettivo di documentare la storia dell’istituzione manicomiale, di elaborare una costante riflessione sul paradigma salute/malattia, sull’inclusione sociale, sull’alterità e sulle sue forme e linguaggi, di combattere lo stigma e promuovere la salute mentale. Il nuovo percorso espositivo del 2008 realizzato in collaborazione con Studio Azzurro si basa un allestimento immersivo e multimediale che coinvolge il visitatore, in una continua oscillazione tra elementi reali e virtuali, stimolando la partecipazione attiva del pubblico. Al momento il Museo della Mente è chiuso al pubblico per lavori di ristrutturazione del padiglione 6 e ampliamento del percorso espositivo. É accessibile su appuntamento l’exhibit museale “Ricordare il futuro” presso il padiglione 26. Orari: dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 13 Per informazioni e prenotazioni scrivere a: prenotazionimuseo@aslroma1.it

Museo Laboratorio della Mente di Roma


Se vuoi scoprire la storia e le storie del Santa Maria della Pietà, abbiamo nella nostra programmazione uno slowtour del Santa Maria della Pietà

C’è anche un film di Ascanio Celestini che ne approfondisce la storia, ed è “La pecora nera” (2010)

Bibliografia

Berengo Gianni e Celati Carla, Morire di Classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, Franco e Basaglia Franca (a cura di), Einaudi, Torino,1969
PDF Disponibile su http://www.2001agsoc.it/materiale/sconfinamenti/Sconfinamenti.N14.pdf;

Pallotta Adriano, Scene da un manicomio. Storia e storie del Santa Maria della Pietà, Roma, Magi, 2004 (II ed.),I ed. Magi, 1998;

Papuzzi Alberto e Piera Piatti, Portami su quello che canta. Processo a uno psichiatra, Einaudi, Torino, 1977
PDF disponibile su http://docplayer.it/65213-Alberto-papuzzi-portami-su-quello-che-canta.html;

Provincia di Roma Assessorato alla P.I. e Cultura, L’Ospedale dei Pazzi di Roma dai papi al’900, vol.3, Edizioni Dedalo, Bari 2003;

Paolini Alberto, Avevo solo le mie tasche, Sensibili alle foglie, Roma, 2016.

Gabriella Massa

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