
Il grande Gazometro di Roma ormai è entrato a far parte a pieno diritto dello skyline capitolino ed è assurto a Colosseo moderno, è il simbolo di una particolare Roma, quella industriale e post-industriale. Roma, infatti, ha conosciuto un sogno industriale, iniziato quando è diventata capitale dell’unificato Regno d’Italia, e che si è infranto nel Secondo Dopoguerra quando intervennero cambiamenti produttivi e quando a livello pubblico si decise che sarebbe stato pericoloso avere una massa di operai vicino i centri del potere facendo prevalere l’unica e vera industria romana, ovvero quella dell’edilizia.

I quartieri Ostiense e Marconi, e in minima parte il rione Testaccio, furono i luoghi dove quel sogno venne costruito, intorno al fiume e ad una delle prime ferrovie che fecero capolino in città, la Roma-Civitavecchia.
Se, infatti, la storia industriale della città parte (con notevole ritardo) solo con Roma Capitale, è anche vero che i prodromi dell’industrializzazione capitolina vanno rintracciati nel pontificato dell’ultimo papa-re, Pio IX, papa progressista che, salito al soglio pontificio nel 1846, fu il primo ad avvertire la necessità di introdurre delle modernizzazioni nell’arretrata capitale pontificia, modernizzazioni che invece erano già in atto da decenni in altre parti d’Europa e della penisola. Fu Pio IX a portare la ferrovia a Roma, considerata dal predecessore Gregorio XVI “manifestazione del demonio”, inaugurando due linee: la Roma-Frascati e la Roma-Civitavecchia. Fu quest’ultima a portare dei mutamenti in un territorio che era rimasto immutato per millenni, quello lungo il fiume Tevere a ridosso delle Mura Aureliane. Quest’area si presentava come estesa campagna, coltivata perlopiù a vigneti, e dove campeggiavano isolate – a parte casali e edifici agricoli – le rilevanze delle Mura e della Piramide Cestia e, in lontananza, la Basilica di San Paolo fuori le Mura.


L’area dell’Ostiense e del Portuense avevano una destinazione interamente agricola, con una scarsa presenza di edifici rurali e un tessuto connettivo stradale a maglia larga, prevalentemente di collegamento trasversale tra le grandi vie consolari che si diramavano dalla città. Era una zona, quella a ridosso della cinta muraria, dalle proprietà fortemente parcellizzate o concesse in enfiteusi, ed era prevalentemente destinata alla coltura della vite, distinta dalla fascia più esterna – quella dell’Agro Romano, caratterizzato dalle grandi tenute destinate al pascolo ed alla cerealicoltura a maggese.
Del resto la stessa cinta delle Mura Aureliane non poteva certo considerarsi un limite assoluto, nel senso che la campagna coltivata – essenzialmente orti e vigne – era largamente presente anche all’interno dell’area cittadina nella zona più prossima alla cinta muraria, come è agevolmente rilevabile dall’esame
della pianta del Nolli del 1748 e delle mappe del Catasto Pio-Gregoriano del 1819-20. L’assenza di soluzioni di continuità tra parte dello spazio all’interno delle Mura e l’Agro era rilevabile anche dal fatto che diverse parrocchie cittadine avevano una giurisdizione che si estendeva ben oltre le Mura, che quindi tracciavano un confine meramente simbolico – potremmo dire unicamente fiscale – tra la città e la campagna. Basti pensare, ad esempio che, in epoca anteriore all’erezione della parrocchia di San Paolo nel 1708, il territorio dell’Ostiense faceva parte della giurisdizione ecclesiastica della parrocchia di Santa Maria in Cosmedin, che si estendeva su un’area amplissima, compresa tra i rioni di Ripa e Campitelli fino ai confini della diocesi di Ostia.
Fu dunque, come dicevo, la ferrovia a rompere questo paesaggio immobile: la Roma-Civitavecchia, inaugurata nel 1959, con il treno che è possibile oggi ammirare in una sala museale della Centrale Montemartini, collegava il porto di Civitavecchia al Porto fluviale di Ripa Grande; la prima stazione di Roma Trastevere, infatti, non si trovava nel luogo che conosciamo noi oggi, in Piazzale Flavio Biondo (là arriverà solo nel 1911), ma in una piccola stazioncina fuori Porta Portese, spostata dopo un po’ in una nuova stazione che sorgeva laddove oggi si estende Piazza Ippolito Nievo. La ferrovia della Roma-Civitavecchia fu allungata nel 1863 alla neonata Stazione di Roma Termini e per scavalcare il fiume venne costruito l’avveniristico per l’epoca Ponte San Paolo, che tutti i romani ormai conoscono come Ponte di Ferro.


Dunque, la ferrovia di Pio IX portò la modernità ed il primo elemento di novità in questa zona inedificata e all’epoca piuttosto lontana dal centro abitato, il quale vantava una popolazione di soli 200.000 abitanti.
La vera e propria industrializzazione, però, arrivò solo con Roma Capitale e con il Piano Regolatore del 1883, che individuò nel Testaccio l’area su cui edificare il primo distretto industriale della città. I fattori determinanti per questa decisione furono la presenza in zona della ferrovia e del Tevere, che sin dalle origini è stato la principale via commerciale di Roma.
Il primo stabilimento ad essere costruito fu il Mattatoio, un modernissimo impianto di macellazione, progettato da Gioacchino Erzoch tra il 1888 e il 1891, realizzato con una sorprendente lungimiranza. All’epoca venne considerato tra i più moderni di Europa, ed effettivamente, progettato per servire i 400.000 abitanti della Capitale (la popolazione raddoppio in breve tempo), funzionò egregiamente per ben 85 anni fino al 1975 quando la popolazione era arrivata a quasi 3 milioni. Era illuminato con lampade a gas sia negli edifici che negli spiazzi, e vi lavoravano notte e giorno quasi duemila persone. Per questi operai c’era bisogno di case, e fu così che il rione Testaccio – che nelle previsioni edilizie doveva essere il primo polo insediativo di stabilimenti – divenne il primo quartiere operaio della città, in cui il Mattatoio rimase l’unico complesso costruito. Nel mentre, però, nelle aree extra-muros nacquero in via spontanea innumerevoli attività artigianali e industriali proprio al Mattatoio connesse, perchè utilizzavano gli scarti della macellazione: il nucleo dei conciatori nell’area dell’Ostiense a ridosso della Mura che ne conserva ancora le tracce nella toponomastica (via delle Conce e via dei Conciatori), e, sull’altra sponda del Tevere, la Società Prodotti Chimi, Colle e Concimi (1899-1913).

La vocazione industriale di questa area fuori le Mura nacque, dunque, in via spontanea per essere poi sancita dal nuovo Piano Regolatore, quello del 1909, approvato sotto la giunta del lungimirante sindaco Ernesto Nathan. Fu proprio in questi anni che vennero inaugurati i più importanti stabilimenti industriali della città, le cui sagome oggi ancora caratterizzano il paesaggio urbano di questa porzione della città.
Nel 1910 venne inaugurato il nuovo stabilimento del gas – le Officine del Gas San Paolo – con i suoi caratteristici serbatoi argentei, i Gazometri, veri capolavori di carpenteria metallica, che oggi appaiono come affascinanti monumenti di archeologia industriale. I gazometri servivano per accumulare il cosiddetto gas di città, prodotto dalla distillazione del carbone, il singas, che veniva utilizzato sia per usi domestici sia per l’illuminazione pubblica delle città. Poi con la diffusione del gas metano e la metanizzazione della città che fu conclusa negli anni Settanta, questi giganti divennero inutili, ma le loro forme dominano ancora il paesaggio ed emergono tra la fitta vegetazione che ha riconquistato le sponde del fiume.

Officine del Gas San Paolo (1911)

Nel 1922 entrarono in funzione i Mercati Generali sviluppati su una grande superficie sull’altro fronte della Via Ostiense. Ancora una volta un progetto accurato e moderno, rispettoso delle norme igieniche del tempo, collegato per ferrovia e per strada, dove ogni mattina giungevano commercianti e produttori con tonnellate di derrate alimentari destinate a tutta la città. Hanno funzionato per 80 anni, fino al 2003, ed ora sono uno spazio vuoto in attesa di essere riqualificato, dove ancora riecheggiano le voci e le urla della gente che per decenni li ha frequentati.

Mercati Generali
Ma tutto questo complesso di attività aveva sempre più bisogno di energia, allora l’instancabile Nathan fece costruire una centrale elettrica termoelettrica, la Centrale Montemartini, che fu inaugurata nelle sue forme classicheggianti nel 1912 e prese il nome da Giovanni Montemartini, un assessore della sua giunta. L’impianto venne migliorato nel tempo e raggiunse il massimo della potenza nel 1933 con l’installazione di due enormi motori navali che funzionarono egregiamente per oltre trent’anni, fornendo energia elettrica a buona parte della città sia per le utenze domestiche sia per la rete tranviaria.

Centrale Montemartini
Negli stessi anni si completarono le strutture del Porto Fluviale. Così lungo le banchine potevano approdare i battelli che trasportavano le materie prime per l’industria, e soprattutto il carbone per produrre il gas. Anche qui sopravvivono scheletri di gru e di nastri trasportatori che lasciano intuire la vita e l’attività portuale di un tempo. Tali strutture metalliche collegavano le banchine del Porto fluviale non solo alle Officine del Gas, ma anche ai mirabili edifici dei Magazzini Generali, progettati nel 1912 da Tullio Passarelli, dove le merci e le materie prime venivano stoccate. Tale complesso costituì uno dei primi esempi di opera in cemento armato della Capitale e rivestì una notevole importanza sia per le sue dimensioni sia per la particolarità del sistema di trasporto delle merci, realizzato con imponenti strutture metalliche che si spingono fino al Tevere, dove dalle imbarcazioni venivano prelevate le merci da stoccare all’interno dei fabbricati. Gli stessi impianti di trasporto erano utilizzati anche per il carico dagli autocarri o vagoni ferroviari, questi ultimi posizionati su due binari ubicati in testata agli edifici e collegati alla linea ferroviaria della Roma-Civitavecchia.

Magazzini Generali e banchine del Porto Fluviale
Le banchine del Porto Fluviale, che oggi sono state occultate dall’alta vegetazione delle rive fluviali, si sviluppavano su entrambe le rive, anche quella destra dove erano sovrastate dal vasto stabilimento della Mira Lanza, che produceva candele e saponi. Gloriosa la storia della Società Candele Steariche di Mira, che si insediò qui negli stabilimenti della Società Prodotti Chimici, Colle e Concimi nel 1918 ampliandoli e sfruttando la vicinanza del Mattatoio per la produzione con gli scarti animali delle candele steariche e del sapone industriale, e che poi si fuse nel 1924 con la Lanza, divenendo una delle più importanti industrie italiane.
Anche il quartiere Marconi nacque inizialmente come distretto industriale: oltre alla Mira Lanza, vi erano qui i Mulini Biondi, lo stabilimento della Campari, l’API, la Purfina. E negli anni Trenta venne costruito il Deposito del Grano.
Fu negli stessi anni, con il rifacimento delle linee ferroviarie e la costruzione della nuova stazione di Roma Trastevere, che venne edificato un nuovo ponte ferroviario, il Ponte San Paolo, che è ancora quello dove oggi passano i treni, e che andò a sostituire nella sua funzione il Ponte di Ferro, il quale smise di essere ferroviario e cambiò nome in Ponte dell’Industria.
In definitiva, le caratteristiche che veniva assumendo l’area dell’Ostiense-Marconi erano legate – come già detto – a due elementi fondamentali. Innanzitutto il fiume e i relativi porti – prima di Ripa Grande e, successivamente, il nuovo porto fluviale di San Paolo – come sistemi di comunicazione e di scambio. Il Tevere era poi importante anche come veicolo di smaltimento di tutte le lavorazioni inquinanti – quelle del mattatoio, delle fabbriche per la concia delle pelli e per la produzione di colla, della produzione del gas e dell’energia elettrica – che, non a caso, vennero collocate a valle del centro abitato. Proprio questa posizione dell’area rispetto alla città ed al corso del fiume è, dunque, tra le ragioni all’origine delle scelte di pianificazione urbanistica della fine dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Il secondo elemento è il sistema ferroviario, al di qua e al di là del Tevere, con la costruzione di grandi stazioni, ponti ferroviari, scali e nodi di interscambio che si svilupparono in stretta interdipendenza con il progressivo disseminarsi di attività produttive e l’impianto di grandi infrastrutture di servizio per l’intera città.
I mutamenti dovuti a queste due presenze erano stati rapidi e profondi ed avevano modificato radicalmente il paesaggio e tutta la geografia dell’area anche per effetto degli insediamenti di popolazione operaia correlati alla realizzazione di importanti e, talvolta, esemplari programmi di edilizia popolare da Testaccio a San Saba alla Garbatella.
Negli ultimi anni del Fascismo, però, cominciò a declinare il ruolo industriale di Ostiense e Marconi, e per lo sviluppo industriale di Roma fu individuata, e sancita nel 1941, la nuova direttrice Tiburtina-Tor Sapienza.
Il Secondo Dopoguerra, a seguito dei pesanti bombardamenti che avevano interessato l’area per il suo valore strategico e della fine delle politiche autarchiche e di riarmo, segnò una nuova cesura e l’inizio di una nuova fase, contrassegnata da un progressivo decadimento, chiusura ed abbandono degli insediamenti produttivi. Tali mutamenti vanno letti anche in relazione sia al venir meno di alcune attività produttive e, soprattutto, del ruolo strategico del fiume come via di comunicazione, sia all’incremento del valore fondiario delle aree in funzione della grande crescita della popolazione urbana e di una caotica espansione edilizia. Il fiume condizionò ancora una volta in modo decisivo la vicenda dell’Ostiense-Marconi: le crescenti difficoltà della navigazione fluviale, a fronte di una sempre più incisiva diffusione del trasporto su gomma, condussero all’esaurirsi della funzione economica del porto fluviale e di tutto il sistema di infrastrutture e di reti distributive e commerciali ad esso legato.
Alcuni film girati tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Cinquanta testimoniano l’attività che brulicava in questo segmento della città, prima di lasciare posto al silenzio e all’abbandono.
L’agonia dell’area si è prolungata fino agli inizi degli anni Novanta, ed è stata segnata da un vuoto progettuale, da un deperimento del sistema logistico e dall’aggressività di alcuni attori spregiudicati del mercato edilizio romano.
E’ a partire appunto dagli anni Novanta che le aree di Testaccio-Ostiense-Marconi hanno conosciuto una nuova fase e sono diventate uno straordinario laboratorio di trasformazioni urbane. Si tratta, infatti, di un’area di grande pregio per la sua posizione strategica essendo collocata a cavallo delle Mura Aureliane, a ridosso del centro storico, e lungo un asse direzionale verso l’EUR e verso il mare che è ancora oggi cruciale per lo sviluppo della città contemporanea; per le peculiarità ambientali in quanto attraversata in tutta la sua estensione dal Tevere; per uno straordinario paesaggio urbano che vede accanto a luoghi importanti della città antica (il Monte Testaccio, le Mura Aureliane, la Piramide), di quella paleocristiana (la Basilica di San Paolo fuori le mura), di quella moderna (il Cimitero Acattolico), i segni di una Roma produttiva che è stata protagonista nel processo di modernizzazione della città nel primo cinquantennio post-unitario. Siamo cioè di fronte a un territorio che contiene profili storici e paesaggistici di tale interesse da renderlo un importante patrimonio culturale per la città.
Il primo segno del cambiamento venne dalla Centrale Montemartini. Dopo mezzo secolo di attività l’impianto divenne obsoleto, e la produzione di energia elettrica fu definitivamente interrotta nel 1963. Seguirono più di vent’anni di decadenza degli immobili, fino alla sua ristrutturazione durante gli anni ’80. Con la ristrutturazione di alcune sale dei Musei capitolini, nel 1997 centinaia di sculture furono trasferite in alcuni ambienti dell’ex Centrale Montemartini, in cui fu allestita una mostra, dal titolo “Le macchine e gli Dei”. La sistemazione era stata inizialmente concepita come temporanea, in attesa della fine dei lavori al Campidoglio: tuttavia quando nel 2005 gli ambienti originari tornarono disponibili, era stato talmente vincente l’allestimento, che si decise di riportare ai Capitolini solo una parte delle sculture, e la Centrale divenne sede museale permanente. La maggior parte dei reperti sono costituiti da pezzi di acquisizione relativamente recente, provenendo dagli scavi eseguiti a Roma tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Sempre negli anni Novanta un altro manufatto, quello dei Magazzini Generali, fu oggetto di restauro e riconversione, ad opera del Ministero dell’Interno. Tali edifici posti a chiusura negli anni Sessanta dalle esigenti logiche di mercato, subendo per trent’anni un invecchiamento precoce, sono stati recuperati dal Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco per un nuovo uso: sono la sede dell’Istituto Superiore Antincendi dove si conducono ad alti livelli l’insegnamento, la formazione e l’informazione sulle scienze della sicurezza e della prevenzione.

Contestualmente a questi due interventi singoli e isolati, si è avviata una pianificazione pubblica e privata concertata per la trasformazione dell’intera area industriale dismessa o in via di dismissione, per il trasferimento delle attività ancora presenti in strutture più idonee e moderne, e per la tutela di grandi complessi produttivi, considerati archeologia industriale, e in generale di un’area di grande pregio sia da un punto di vista storico-monumentale che naturalistico-paesaggistico. Erano gli anni della giunta Rutelli e gli anni in cui si stava costituendo un terzo polo universitario capitolino, l’Università di Roma Tre, con l’intento di decongestionare l’Università La Sapienza.
Furono proprio il Comune di Roma e l’Università Roma Tre i protagonisti di questa trasformazione attraverso il Progetto Urbano Ostiense-Marconi e vari accordi programmatici tra l’Università con gli enti responsabili della pianificazione territoriale.
L’Università è stata è la protagonista del recupero di molti siti di archeologia industriale di Ostiense, San Paolo e Testaccio con una destinazione a sede universitaria, costruendo un nuovo modello di rapporto tra l’Università e la città: un modello di «Università nella città» che presenta dei tratti esemplari di integrazione e innovazione urbana. Tra gli interventi di recupero e riconversione annoveriamo: una porzione del Mattatoio di Testaccio che è diventata la sede della Facoltà di Architettura; la Vasca Navale Nazionale tramutata nella sede della Facoltà di Ingegneria; lo stabilimento dell’Alfa Romeo convertito nella sede di Studi Umanistici; le Vetrerie Riunite Angelo Bordoni, sulla cui demolizione è stato edificato l’edificio che ospita Giurisprudenza.

Tali interventi sono stati previsti da tre Accordi di Programma siglati dall’Università di Roma Tre con il Comune di Roma, che sono stati integrati nel Progetto Urbano Ostiense-Marconi che, approvato con delibera n.240 del 22 dicembre 1999, e recepito successivamente nelle norme tecniche di attuazione del Nuovo Piano Regolatore di Roma del 2003, è stato lo strumento normativo per la pianificazione strategica e il coordinamento degli interventi di rigenerazione e trasformazione della vecchia area industriale di Roma.
Il Progetto Urbano Ostiense-Marconi era strutturato – in realtà ancora lo è, visto che lo strumento è ancora in piedi, seppur fermo da tanti anni e tante giunte – su tre assi strategici:
- Recupero delle aree industriali, tramite sia il finanziamento del riuso di alcuni grandi complessi orientati verso funzioni culturali, sia la valorizzazione e l’inquadramento delle iniziative dei privati.
- Sistema della mobilità, che avrebbe dovuto essere reinquadrata in un potenziamento dei collegamenti tra i due quartieri Ostiense e Marconi, i quali, pur essendo accomunati da una stessa storia e uno stesso destino, non dialogano tra di loro. In quest’ottica è stata prevista la realizzazione di un asse di raccordo trasversale tra Ostiense e Marconi, d’altronde già previsto dal PGR del 1962. Tale asse è stato realizzato solo in minima parte con la costruzione del viadotto sul sedime ferroviario della Metro B e della Roma Lido, quello che noi chiamiamo Ponte Settimia Spizzichino, inaugurato il 22 giugno 2012. Ancora siamo in attesa del prolungamento fino a Marconi tramite un asse che dovrebbe raggiungere il Tevere, e un ponte che dovrebbe scavalcarlo. Due sono i ponti previsti per la congiunzione delle due rive, di cui – come ben sappiamo – solo uno è stato realizzato, il Ponte della Scienza, inaugurato nel 2014 e poi dedicato dal sindaco Ignazio Marino a Rita Levi Montalcini. La rimodulazione del sistema viario prevedeva – e qui siamo sull’utopia, seppur una meravigliosa utopia – una trasformazione degli assi di Via Ostiense e Viale Marconi in strade con caratteristiche prevalentemente pedonali e per trasporto pubblico. Più in particolare la Via Ostiense, secondo tale pianificazione, dovrebbe assumere il ruolo di asse di collegamento tra le vestigia antiche a quelle dell’archeologia industriale con nuove funzioni universitarie, culturali e di tempo libero; mentre Viale Marconi si sarebbe dovuto affermare come boulevard commerciale semipedonale. Sono stati previsti anche due assi alternativi dove dirottare il traffico di Via Ostiense e Viale Marconi: due nuovi lungoteveri, su entrambe le rive, da Ponte dell’Industria fino a Ponte Marconi. Va detto che uno è stato realizzato, il Lungotevere Vittorio Gassman sulla riva destra, mentre siamo ancora in attesa che venga ripristinato un diretto passaggio sulla riva sinistra fino alla Basilica di San Paolo fuori le Mura.

- Sistema ambientale, per provvedere alla costituzione di verde pubblico in due quartieri che ne sono totalmente sprovvisti. Anche questo ambito ha visto molti rallentamenti e mancate realizzazioni, ma va detto che finalmente un anno fa, nella primavera 2023, è stato inaugurato il Parco Tevere Marconi.

Parco Tevere Marconi
Come abbiamo visto, le previsioni del Piano Urbano Ostiense-Marconi sono ancora quasi tutte sulla carta, ma qualcosa è stato realizzato in via definitiva (soprattutto gli interventi privati); qualcosa è stato realizzato a metà; qualcosa, infine, è in via di definizione.
Molto si è discusso per l’area dei Gazometri. Dopo la dismissione definitiva nel 1979 e l’utilizzo dell’area da parte dell’Italgas solo per la zona uffici e per la centrale operativa, si sono avvicendate varie ipotesi di riuso: prima come nuova sede della Banca di Roma con un progetto dell’arch. Manfredi Nicoletti; poi Museo della Scienza su un’idea del prof. Antonio Ruberti; infine, sede della biblioteca centrale dell’Università di Roma Tre, naufragata di fronte agli alti costi di bonifica del suolo e del recupero delle strutture in ferro non sostenibili per l’Ateneo.
Con il subentro dell’ENI, tuttavia, si stanno cominciando a vedere i primi restauri ed opere di bonifica, la riconversione di alcuni manufatti destinati a vari laboratori e incubatori di idee votati alla sostenibilità ambientale e l’apertura al pubblico in occasione di grandi eventi, come l’importante festival dell’arte visiva e digitale “Videocittà”.


Installazione “Luna Somnium” all’interno del grande Gazometro in occasione di Videocittà 2022
Alcuni di questi manufatti industriali sono stati restaurati e riconvertiti in complessi residenziali, come nel caso dei Mulini Biondi, edificio del 1905 che domina il fiume e il Ponte dell’Industria, dall’aspetto dei caseggiati industriali nordeuropei. Il mirabile restauro ad opera dell’arch. Bruno Moauro nel 1999, nell’ambito del Progetto Urbano Ostiense-Marconi, ha dato vita ad un complesso con varie destinazioni d’uso: non solo abitazioni, ma anche negozi e uffici, ristoranti, ed uno spazio di coworking.

Sorte leggermente diversa ha avuto il vecchio stabilimento della Campari, che è stato demolito, lasciando il posto ad un intervento anche qui con diverse destinazioni d’uso, ben distinte: una parte destinata ad abitazioni, un’altra alle attività commerciali, un’ultima ad uffici. Il progetto, realizzato tra il 2003 e il 2005, prevedeva i vari edifici affacciarsi su una piazza pubblica, che doveva supplire all’assenza di un luogo di incontro sociale, ma – vista la scarsa frequentazione di questi spazi – possiamo convenire che l’esperimento è fallito.

Complesso di abitazioni, negozi ed uffici sorti sul vecchio stabilimento della Campari
Fallito, perlomeno in parte e perlomeno finora, anche il progetto di riconversione dell’Ex-Mira Lanza. Solo una parte è stata restaurata per divenire la sede del Teatro India, che è nato nel 1999 come succursale del Teatro Argentina. Le aree affidate ai privati anche sono state edificate, come nel caso del complesso alberghiero H10 Roma Città inaugurato nel 2005 ed il complesso per uffici che domina con la sua forma di tronco rovesciato in vetro ed acciaio il Ponte della Scienza, costruito del 2004 su progetto di Bruno Moauro. Latitano ancora i progetti per la collettività – ed eppure la collettività e il territorio ne avrebbero così tanto bisogno -, per mancanza di fondi e di pianificazione politica: sto parlando della Casa dello Studente e del Parco Papareschi.
Altro tasto dolente, per le stesse motivazioni, è l’immensa area dei Mercati Generali, per i quali dal Progetto Urbano Ostiense-Marconi era stata prevista un’area polifunzionale denominata “Città dei giovani” su progetto di Rem Koolhas, ed invece giace ormai da un ventennio nell’incuria e abbandono.

Ex-Mercati Generali
Per altri motivi, legati ad abusivismo e speculazione edilizia (c’è un processo penale in corso), un altro rudere, quello del Deposito del Grano e della successiva Città del Gusto, si erge sul fiume a monumento di questa pianificazione realizzata a metà.

Ex-Deposito del Grano e ex-Città del Gusto
E’ una trasformazione ancora in essere, dunque, e, passeggiando per le strade di questi quartieri, tutt’oggi si possono osservare ampi spazi inedificati, numerosi siti di archeologia industriale, edifici degradati o in abbandono, estese aree che ospitano attività industriali ancora attive, un tessuto urbano che ancora non è stato totalmente modernizzato. Si tratta di alcuni milioni di metri cubi di potenziali edificazioni o di recuperi conservativi in un quadrante della città virtualmente di assoluto pregio, che va dalle pendici dell’Aventino fino alla grande basilica di San Paolo, e che già dispone di una rilevante armatura urbana di trasporti su ferro; un’area che costituirà una proiezione del cuore della Capitale verso rapidi processi di trasformazione ed anche una saldatura del centro storico con l’EUR.
Nel mentre è arrivata anche la street art che, a partire dal 2010, ha cominciato a colorare i muri di Ostiense, e con sè anche il turismo.
S’intuirà che le tentazioni di speculazione edilizia sono grandi, e il mercato se ne è accorto da tempo ed alcuni soggetti hanno iniziato ad operare intensamente nell’area e nelle sue adiacenze. Il Progetto Urbano Ostiense-Marconi, lasciato a metà, con i suoi interventi di natura pubblica, ha di fatto svolto una funzione di rivalutazione di contesti urbani degradati, ma anche da apripista alla speculazione edilizia e ad importanti trasformazioni socio-economiche. Vi è un emergere e un diffondersi di nuove iniziative legate in parte ad attività culturali, in parte a forme diverse di svago e sociabilità, in parte ad attività enogastronomiche e, più in generale, a nuove iniziative commerciali. Non esiste alcun altro settore della città che stia conoscendo innovazioni di altrettanta imponenza e multipolarità. Il cambiamento procede ad un ritmo incalzante: demolizioni e nuove edificazioni, restauri conservativi, ristrutturazioni profonde e sovente non rispettose dei valori originali .

Il complesso edilizio del Porto Fluviale costruito sul demolito Consorzio Agrario del 1919

Eataly nell’Air Terminal della Stazione Ostiense

Forse per nessuna altra zona di Roma si può dire che il presente è già storia. È una storia di cui si rischia di perdere troppo facilmente la memoria, memoria che è invece essenziale conservare perché qui si incrociano immagini fondanti della capitale contemporanea: quella della Roma antica, della Roma cristiana, della Roma produttiva e popolare.

Gentrification – Studio Transit e case popolari di Via del Commercio
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