
L’espressione è entrata a fare parte nel linguaggio comune: oggi 15 marzo 2024 è il giorno delle Idi di marzo. Questa ricorrenza arriva fino a noi dall’epoca romana e si riferisce alla morte violenta di Giulio Cesare.
Il termine Idi di marzo deriva dal latino idus (femminile plurale, della quarta declinazione), ed era il nome con cui venivano indicati i giorni più o meno a metà di ciascun mese del calendario romano. I giorni del mese, infatti, non erano numerati progressivamente dal primo all’ultimo come oggi, ma erano chiamati in base a una serie di date fisse: il primo giorno del mese erano le calendae, poi veniva “il giorno dopo le calende”, e poi si iniziavano a contare i giorni che mancavano prima delle altre due festività mensili: le none e le idi. Queste due festività cadevano il quinto e il tredicesimo giorno dei mesi di gennaio, febbraio, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre e dicembre, mentre cadevano il settimo e il quindicesimo in marzo, maggio, luglio e ottobre.
Calende, none e idi erano in origine legate al ciclo lunare e indicavano rispettivamente la luna nuova, il primo quarto e la luna piena: ma con il tempo e le diverse riforme del calendario che si succedettero in età romana, il calendario diventò invece solare e il rapporto con le fasi lunari si perse completamente. L’ultima grande riforma del calendario venne fatta proprio da Giulio Cesare e entrò in vigore nel 45 a.C., con alcuni aggiustamenti fatti dal suo successore Ottaviano Augusto. Questo calendario, detto giuliano, era di 365 giorni e prevedeva gli anni bisestili: era così preciso che si diffuse in tutto l’Occidente anche dopo la caduta dell’impero, e venne sostituito solo nel 1582 con una riforma del papa Gregorio XIII, che ha portato al calendario gregoriano che usiamo ancora oggi.
Cosa è successo nelle Idi di marzo
Per quale motivo le Idi di marzo hanno acquisito maggiore importanza rispetto a quelle degli altri mesi? Il 15 marzo del 44 a.C. è avvenuto l’assassinio di Giulio Cesare durante una seduta del Senato. Nello stesso anno, infatti, il celebre condottiero era diventato dictator perpetuus, dittatore a vita. Spaventati dal suo potere e dalla possibilità che potesse autoproclamarsi rex, i senatori quindi hanno deciso di intervenire tramando il suo assassinio.
Il dictator si lasciò convincere da Decimo Bruto a presentarsi ai senatori, nonostante i presagi avversi e i tentativi di uno schiavo, del maestro Artemidoro di Cnido e dell’aruspice Spurinna di metterlo in guardia. Stando alle fonti alle ore 11.00 Giulio Cesare uscì di casa senza scorta e percorse la Via Sacra tra due ali di folla acclamante. Arrivato nella Curia, oggi Area Sacra di Torre Argentina, mentre Trebonio, un congiurato, tratteneva il generale Marco Antonio con una scusa, il dictator venne circondato dai congiurati, i cesaricidi.
Tullio Cimbro si gettò ai suoi piedi, come per implorarlo, tirandogli la toga: era il segnale convenuto. Publio Casca colpì Cesare con il pugnale, ferendolo: «Scelleratissimo Casca, che fai?», reagì lui, colpendolo a sua volta. Poi gli altri congiurati gli furono addosso. Quando vide brillare la lama del “suo” Marco Bruto, Cesare cadde ai piedi della statua di Pompeo, suo nemico nella guerra civile del 49 a.C., e morì colpito da 23 coltellate.
Lo storico latino Svetonio, nel suo De vita Caesarum, riferisce che morendo Cesare disse Kai su teknòn, ovvero “anche tu, figlio”. Ma questa versione dei fatti è poi messa in dubbio dallo stesso Svetonio, secondo il quale Cesare, in quel fatidico giorno delle idi di marzo del 44 a. C., emise solo un gemito, senza riuscire a proferire parola. La frase in greco, tradotta in seguito in latino con l’aggiunta del nome di Bruto – Quoque tu Brute, fili mi – ebbe però fortuna: oltre allo sgomento di Cesare nel vedere Marco Giunio Bruto, suo pupillo, tra i congiurati, esprime il dramma universale del tradimento.
I senatori fuggirono in preda al panico. I congiurati si sparpagliarono per informare il popolo. E il corpo restò nell’atrio dell’edificio per ore, prima che tre schiavi lo caricassero su una lettiga per riportarlo a casa.

“Assassinio di Cesare” di Karl Theodor von Piloty (1865)
La storia delle Idi di marzo è arrivata fino a oggi grazie al racconto di tre importanti storici e biografi: lo storico Svetonio, autore del De vita Caesarum, e dallo storico greco Plutarco, che ha scritto le Vite parallele, seguiti da Cassio Dione con la sua Storia Romana scritta nel III secolo d.C.
Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 66: “E da parte di alcuni si dice che allora difendendosi dagli altri e spostandosi qua e là (διαφέρων) e gridando, quando vide Bruto che aveva sguainato la spada, tirò la toga sulla testa e si lasciò cadere, sia per caso, sia spinto da coloro che lo uccidevano, presso la base su cui è collocata la statua di Pompeo. E l’assassinio la insanguinò abbondantemente, tanto da sembrare che lo stesso Pompeo presiedesse alla vendetta sul nemico, steso sotto i (suoi) piedi e agonizzante per il gran numero delle ferite. Si dice infatti che ne abbia ricevute ventitré, e molti furono feriti gli uni dagli altri, dirigendo tanti colpi contro un solo corpo”.
Svetonio, I 12 cesari, Vita di Cesare, 82: “Mentre si sedeva, i congiurati lo circondarono come per rendergli onore e subito Cimbro Tillio, assuntosi l’incarico dell’iniziativa, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore: Cesare però non volle ascoltarlo e rimandò la cosa ad altro momento. Allora Tillio gli afferrò la toga da entrambe le spalle e mentre Cesare gridava: “Ma questa è davvero violenza!”, uno dei due Casca lo ferì da dietro, poco sotto la gola. Cesare, preso il braccio di Casca, lo trafisse con lo stilo e, mentre tentava di buttarsi in avanti, fu fermato da un’altra ferita. Accortosi che era assalito da tutte le parti con i pugnali sguainati, avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra tirò l’orlo fino ai piedi, per morire più decorosamente, coperta anche la parte inferiore del corpo. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, sussurrato dopo il primo colpo; ma secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che gli si scagliava contro: “Anche tu, figlio?”. Esanime, rimase lì per un po’, mentre tutti fuggivano, poi, caricato su una lettiga, con un braccio penzoloni, fu portato a casa da tre servi. Nessuna di tante ferite, come sosteneva il medico Antistio, fu letale tranne quella ricevuta per seconda al petto”.
Cassio Dione, Storia Romana 44, 19, 3-5: “Mentre dunque Trebonio parlava con Antonio, gli altri tutti insieme circondarono Cesare, che era facilmente avvicinabile e affabile come chiunque e alcuni conversavano con lui, mentre altri agivano come se dovessero presentargli delle richieste, così che la sua mente non potesse affatto nutrire sospetti. Quando giunse il momento atteso, uno di loro gli si avvicinò come per ringraziarlo di qualche favore o altro e scostò la toga dalla spalla, dando così il segnale convenuto dai cospiratori. Allora lo attaccarono da molte parti al contempo e lo ferirono a morte, cosicché in ragione del loro numero Cesare non potesse dire o fare nulla se non coprirsi il viso. Fu ucciso dalle molte ferite. Questo è il racconto più fedele all’evento, benché alcuni abbiano aggiunto che a Bruto, che lo colpiva con forza, egli disse: “Anche tu, figlio mio?”.
Se volete approfondire la figura di Giulio Cesare e la storia del suo assassinio, vi segnalo alcuni documentari:
Idi di Marzo, puntata di Cronache dall’antichità di Cristoforo Gorno
L’omicidio di Giulio Cesare, puntata di Una giornata particolare di Aldo Cazzullo
Giulio Cesare, Cronache da una guerra civile di Cristoforo Gorno
La nascita dell’Impero Romano, puntata di Ulisse il piacere della scoperta di Alberto Angela
Rievocazione storica a Roma
Come di consueto anche quest’anno, in occasione della commemorazione delle Idi di Marzo del 44 a.C., il Gruppo Storico Romano alle ore 14.00 proporrà la rievocazione del tragico assassinio presso l’Area Sacra di Largo di Torre Argentina.
La manifestazione, realizzata con la supervisione della Sovrintendenza Capitolina e del Dipartimento di Scienze storiche, filosofiche-sociali, dei beni culturali e del territorio dell’Università di Roma “Tor Vergata”, sarà incentrata su tre scene.
Nella prima verrà rappresentata la riunione del Senato nella quale Cesare, alla presenza di Marco Antonio, Catone, Cicerone, senatori e tribuni della plebe, venne dichiarato nemico pubblico di Roma, se non avesse sciolto le sue legioni prima di tornare a Roma.
La seconda scena riproporrà l’arrivo di Cesare presso la Curia il giorno delle Idi e l’incontro con l’indovino Spurinna, che lo aveva messo in guardia con il famoso monito: “Cesare, guardati dalle Idi di Marzo!”. Entrato nella Curia Giulio Cesare verrà circondato dai cospiratori, che lo colpiranno con 23 coltellate uccidendolo.
Dopo aver rappresentato l’assassinio di Cesare a Largo Argentina, il corteo funebre partirà alla volta del Foro Romano, accompagnato dalle prefiche che lo piangevano e lo celebravano, e dai portatori delle maschere degli avi della Gens Iulia. La terza e ultima scena avverrà proprio nel Foro Romano e sarà incentrata sull’orazione di Marco Antonio durante il funerale di Cesare, che ispirò Shakespeare per il suo dramma Giulio Cesare.
Al termine della rievocazione, contrariamente a quanto si faceva allora quando, per onorare il grande scomparso, si bruciava incenso, secondo un costume più recente, riservato ai grandi della patria caduti, il Gruppo Storico Romano deporrà una corona d’alloro.
La rievocazione storica, che riporta in vita fatti accaduti esattamente in quel luogo e in quel giorno del 44 a.C., suscita sempre grande interesse e partecipazione, e sentita commozione da parte di residenti e turisti.

Le Idi di Marzo nella letteratura
L’assassinio di Giulio Cesare è diventato uno degli episodi più celebri dell’antichità romana, interpretato in molti modi nei secoli successivi. Ad esempio nel Quattrocento italiano fu l’oggetto di un dibattito culturale: per alcuni divenne il simbolo della giusta uccisione di un tiranno, per salvare le istituzioni della repubblica, come nel busto di Bruto scolpito da Michelangelo o nella tragedia Bruto secondo di Alfieri; per altri Bruto e Cassio diventarono il simbolo del tradimento, come nel caso di Dante, che nel XXXIV canto dell’Inferno, li sprofonda più in basso possibile, nella bocca di Satana insieme a Giuda.
Ma la data delle Idi di Marzo è rimasta come simbolo di una data tragica e attesa legata al potere, vista la leggenda, raccontata già dagli storici antichi e ripresa da Shakespeare, che la morte di Cesare gli fosse stata preannunciata da un indovino proprio per le Idi di Marzo.
Le Idi di Marzo, infatti, sono entrate nell’immaginario collettivo come un presagio nefasto, immortalate nell’espressione: Guardati dalle Idi di Marzo, derivata dalla tragedia Giulio Cesare di William Shakespeare (The Tragedy of Julius Caesar) scritta nel 1599, che è tutta incentrata sul dramma interiore del monarca, e la cui trama è strutturata sulla profezia che riceve Cesare. Nel I atto della tragedia shakesperiana, infatti, ritroviamo questo avvertimento, che nel linguaggio comune è diventato un invito a prevenire e scongiurare, se possibile, una sciagura che si preannunzia: Beware the Ides of March.

Marlon Brandon nei panni di Marc’Antonio
Oltre alla celebre tragedia di Shakespeare, altre opere letterarie e teatrali furono dedicate alla congiura e in particolare a Bruto, personaggio che ebbe un ruolo chiave nel complotto. La Mort de César, La morte di Cesare, era una tragedia in tre atti di Voltaire, scritta nel 1731, e divenne celebre in Francia in tempi rivoluzionari. Di Bruto scrisse anche Vittorio Alfieri nella tragedia omonima del 1786 che esalta il personaggio di Bruto come eroe della libertà.
Le Idi di Marzo danno il titolo anche a una celebre lirica del poeta greco Costantino Kavafis sull’ineluttabilità del destino, contenuta nella raccolta Poesie d’amore e della memoria. Costantino Kavafis, oggi considerato uno dei maggiori poeti greci, nel corso della sua vita pubblicò in totale 154 poesie, spesso ispirate all’antichità ellenistica, romana e bizantina di cui fu grande studioso; molte altre poesie furono riscoperte e pubblicate solo dopo la sua morte avvenuta nel 1933.
Le grandezze paventa,
anima. Le ambizioni, se vincerle non puoi,
secondale, ma sempre cautelosa, esitante.
Quanto più in alto sali,
tanto più scruta, e bada.
E quando all’acme sarai giunto, ormai,
Cesare, quando prenderai figura
d’uomo così famoso, allora bada,
quando cospicuo incedi per via col tuo corteggio:
se mai, di tra la massa, ti s’accosti
un qualche Artemidoro, con uno scritto in mano,
e dica in fretta: «Lèggi questo súbito,
è cosa d’importanza, e ti riguarda»,
allora non mancare di fermarti, non mancare
di differire colloqui e lavori,
di rimuovere i tanti che al saluto
si prostrano (più tardi li vedrai).
Anche il Senato aspetti. E lèggi súbito
il grave scritto che ti reca Artemidoro.
In tempi più recenti lo scrittore romano Valerio Massimo Manfredi ha dedicato al Cesaricidio un avvincente romanzo Le Idi di Marzo (Mondadori, 2009) che riporta in luce tutta la complessità drammatica e politica di uno degli eventi cruciali per la storia dell’umanità.
Le Idi di Marzo nell’arte
La congiura trovò anche rappresentazione nell’arte e si può ricostruire le diverse fasi dell’omicidio di Cesare proprio attraverso i dipinti.
Il quadro del pittore tedesco Karl Theodor von Piloty (1865) mostra la fase precedente al delitto: Giulio Cesare è seduto sul suo scranno mentre Lucio Tillio Cimbro gli mostra un documento aggrappandosi alla sua tunica, mentre nell’ombra si intravede un senatore pronto a sferrare l’attacco mortale.
Nel dipinto del pittore neoclassico Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare (1805), che è il dipinto scelto come copertina di questo articolo, viene raffigurato Cesare a braccia spalancate mentre, vinto dalle pugnalate, si rivolge a Bruto come in una supplica.
Infine, nell’opera del francese Jean-Léon Géròme (1859), l’assassinio si è già compiuto e Giulio Cesare giace a terra esanime, mentre i congiurati esultano con i pugnali alzati.

“Morte di Cesare” di Jean-Léon Géròme (1859)
Infine, oltre all’adattamento cinematografico del 1953 del “Giulio Cesare” di Shakespeare diretto da Joseph L. Mankiewicz con Marlon Brando, va anche citato il film The Ides of March (2011) diretto da George Clooney e tratto dall’opera teatrale di Broadway Farragut North di Beau Willimon, basata sulle primarie del 2004 del democratico Howard Dean.. Ambientato negli Stati Uniti di un futuro molto prossimo, è un dramma politico girato come un thriller in cui un giovane guru della comunicazione inizia a lavorare per il promettente candidato delle primarie presidenziali del Partito Democratico, scoprendo i lati oscuri della politica americana. George Clooney ha affermato di aver voluto fare un film sulla morale, in cui la politica è corrotta, gli ideali e la lealtà sono obsoleti ed i mezzi utilizzabili per raggiungere il risultato sono tutti leciti: proprio come in quel lontano giorno del 44 a.C., quando la democrazia imparò la sua prima, sanguinaria lezione. Un film, questo di Clooney, che prende un po’ le distanze dal suo precedente politico Good Night and Good Luck, pellicola dalla morale democratica più semplice e quadrata che però, guarda caso, in apertura della trasmissione See it Now del protagonista Edward R. Murrow, citava proprio il Giulio Cesare di Shakespeare: “La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi. Buonanotte, e buona fortuna”.








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