
Algida ed elegante, con una bellezza austera e magnetica, colta e raffinata, risoluta e coraggiosa, guidata da una femminilità forte ed emancipata, Palma Bucarelli è stata una delle figure più influenti della storia dell’arte italiana, e anche una delle meno riconosciute.
Prima direttrice donna di un museo pubblico in Italia, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, che diresse per più di trentanni dal 1941 al 1975, Palma ha sia votato la propria esistenza all’arte, che è stata il suo lavoro, la sua causa e il suo amore più grande, ma con il suo carisma ed un narcisismo esplicito e spudorato, ha fatto della sua vita stessa un’opera d’arte, creando consapevolmente il suo mito.
Diva inflessibile e bellissima, Palma Bucarelli può essere considerata una figura eccezionale che ha rivoluzionato l’ambiente artistico-culturale nell’Italia del Novecento: grazie ad una visionarietà di vedute, un immediato intuito ed anche una certa dose di coraggio ha avuto il merito di aver aperto Roma e l’Italia all’arte contemporanea, spesso affrontando le critiche più dure, senza mai cedere alle sue idee innovatrici e audaci. A lei, inoltre, si devono i cambiamenti radicali per una concezione museale moderna e all’avanguardia: fu la prima a intuire che un museo di arte contemporanea potesse essere veicolo di cultura verso orizzonti artistici internazionali e non solo ambiente dedicato alla conservazione di opere. In un’Italia ancora legata a schemi ottocenteschi irruppe con una concezione museale completamente rinnovata dichiarando che “il museo non deve essere un contenitore di quadri e oggetti ma un punto d’incontro culturale, un luogo dove si può imparare” e ammirare opere d’arte che rappresentino veramente il loro tempo. Un’idea di museo allargato, che puntava al coinvolgimento del pubblico.
“Palma e sangue freddo“, l’aveva ribattezzata Marino Mazzacurati, a sottolinearne lo stile algido e inflessibile, che le fu utile nelle feroci battaglie in difesa delle sue idee rivoluzionarie e dell’arte astratta e informale, e nell’imporre il suo potere in un panorama all’epoca quasi totalmente al maschile. Senza, però, mai mancare mai di grazia e di eleganza.
I primi passi di una vita eccezionale
La carriera di Palma, infatti, fu molto precoce: a soli 23 anni entrò nell’amministrazione dello Stato iniziando una carriera inarrestabile. Venne assegnata alla Galleria Borghese, dove rimase fino al 1938 e dove, da profonda conoscitrice del patrimonio artistico italiano, cominciò a mettere ordine tra le opere della collezione.
Dopo pochi anni, nel 1937, venne affidata alla Regia Soprintendenza alle Opere d’Arte Moderne e Medievali del Lazio; e nel 1939 divenne Ispettrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, diretta all’epoca da Roberto Papini. Dall’agosto 1941, trasferito Papini all’Università di Firenze, divenne soprintendente unica: cominciò, così, la leggendaria storia dell’indissolubile legame tra Palma Bucarelli e la GNAM.

Partigiana dell’arte
Nel febbraio 1044 arrivarono i fondi per trasportare le casse, ma Palma era ufficialmente fuori servizio, perchè Mussolini aveva richiamato i Soprintendenti nella Repubblica di Salò a Padova, pena la sospensione dall’incarico e dallo stipendio. Lei aveva cestinato l’ordine ed era rimasta a Roma, quindi questa operazione la fece di nascosto e di notte. In quei mesi, Palma si muoveva velocemente in città in bicicletta per recarsi giornalmente alla Galleria – a volte vi dormiva addirittura – e per trasportare messaggi e viveri ai suoi amici, quasi tutti in clandestinità, rigorosamente vestita come una valchiria in tailleur grigio militare: giorni drammatici, quelli prima della Liberazione, che Palma appuntò in un diario, che nel 1997 Lorenzo Cantatore ha raccolto nella pubblicazione “1944: cronaca di sei mesi”.
Il ruolo fondamentale di Palma Bucarelli nel salvataggio delle opere dai disastri del conflitto è stato ben raccontato anche da una mostra tenutasi l’anno scorso (2023) presso le Scuderie del Quirinale, dal titolo “Arte liberata 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra” incentrata sull’azione lungimirante di tanti Soprintendenti e funzionari dell’Amministrazione delle Belle Arti – spesso messi forzatamente a riposo dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò – che, coadiuvati da storici dell’arte e rappresentanti delle gerarchie vaticane, si resero interpreti di una grande impresa di salvaguardia del patrimonio artistico-culturale. Tra loro, accanto a Palma Bucarelli, si annoverano anche Giulio Carlo Argan, Emilio Lavagnino, Vincenzo Moschini, Pasquale Rotondi, Fernanda Wittgens, Noemi Gabrielli, Aldo de Rinaldis, Bruno Molajoli, Francesco Arcangeli, Jole Bovio e Rodolfo Siviero.

La rivoluzione della GNAM tra critiche e interrogazioni parlamentari

La Galleria divenne un luogo vivo del dibattito artistico internazionale, anche grazie ad una serie di importanti mostre dedicate ai grandi artisti contemporanei stranieri, Picasso, Mondrian, Pollock, Malevic, Rothko, che l’hanno resa celebre per le scelte anticonformiste e per le polemiche che ne sono seguite: Picasso nel 1953, Mondrian nel 1956, Pollock nel 1958.
Palma fu la prima nel 1953 a portare in Italia i cubisti, in occasione di una mostra leggendaria per la quale fece arrivare duecento opere di Pablo Picasso. Palma fu anche la prima direttrice che espose in Europa, l’artista Jackson Pollock, si racconta “scippandolo” a Peggy Guggenheim: fu una vera rivoluzione, facendo conoscere agli Italiani il linguaggio più anticonformista dell’Action Painting. Un altro grande colpo di Palma alla Galleria fu la mostra di Kandinskij proveniente dalla collezione Guggenheim di New York: quelle tele, infatti, cambiarono per sempre la storia dell’arte mondiale.
Era inarrestabile Palma Bucarelli. La sua capacità di intuire le tendenze future e di gestire in complessità e autonomia la mutazione critica in corso in quegli anni nel mondo dell’arte la rendono unica. L’arte per Palma è passione, lavoro e missione. Ad un certo punto, alla fine degli anni ‘50, decise di acquistare in un colpo solo opere di Modigliani, Monet, Van Gogh, Degas, Cézanne, Kandinskij e una scultura di Arturo Martini, per la somma all’epoca considerevole di 360 milioni di lire.
Questa operazione le costò un’interrogazione parlamentare per “scempio di denaro pubblico“. Bucarelli si presentò da sola in Parlamento con tutti i conti della Galleria e, una volta di fronte alla platea ostile dei parlamentari, rispose punto per punto alle singole contestazioni, rivendicando il diritto del pubblico italiano a vedere nei propri musei
«quelle opere di cui sente parlare, degli illustri maestri dell’arte europea di Ottocento e Novecento del nostro secolo. Non vedo perché la gente debba accontentarsi di vedere delle riproduzioni, peraltro spesso anche pessime.»
Quella fu la prima di una lunga serie di interrogazioni parlamentari cui sarà chiamata a rispondere per via delle sue scelte come direttrice della Galleria.
Come nel 1959 nel celebre caso dei sacchi di Alberto Burri, la cui esposizione Palma difenderà senza riserve e che le costerà l’appellativo denigratorio su tutti i giornali dell’epoca di “regina dei sacchi”, nonché l’ennesimo invito a risponderne in Parlamento.
O ancora, nel 1971, quando dedicò un’intera mostra a Piero Manzoni, dissacrante artista concettuale del quale Palma espose con entusiasmo le famose scatolette di “Merda d’artista”, scatenando l’indignazione dei parlamentari. A distanza di alcuni anni, Bucarelli disse:
«La mostra di Manzoni fu un terremoto! Nessuno capì che le scatolette al di là dell’etichetta non contenevano nulla, che era una provocazione di Manzoni, polemico contro le firme celebri di artisti che vendevano a mercanti e collezionisti le loro opere, “la scatola chiusa”. I quadri si compravano a occhi chiusi, a scatola chiusa? E allora Manzoni disse: bene, io vi do la scatola chiusa, con dentro merda d’artista. Quello delle scatolette fu un fatto morale, legato al clima del momento. Scandalizzarsi rivelò un pudore e una cattiva coscienza del tutto fuori luogo: l’artista non è uno scaricatore di coscienza, è anche colui che pone la società di fronte alle sue responsabilità e ne denuncia gli errori.»
Furono anni difficili per la Bucarelli, sostenuta da artisti e critici a lei affini, come Venturi e Argan, ma con un mondo politico e artistico contro. Riceveva attacchi da tutti i fronti: dai comunisti che denigravano l’arte astratta che lei supportava, i democristiani per i quali era troppo anomala e provocatoria, i socialdemocratici, i fascisti. I suoi nemici furono soprattutto uomini, che non sopportavano il potere femminile e non si arrendevano di fronte all’intelligenza di una donna in grado di scardinare gli stereotipi, senza minimamente curarsi della loro disapprovazione. Lei, infatti, non cedette mai, dura e risoluta com’era, difendendo sempre la trasparenza del proprio operato e riuscendo a sconfiggere le accuse che le vengono mosse.
La Galleria c’est moi
È evidente che il profilo biografico di Palma Bucarelli si sovrapponga a quello del suo museo, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, di cui ne fu storica e sovraintendente dal 1941 al 1975. Lo aveva reinventato totalmente, trasformandolo in un centro “didattico”, in cui le opere potevano essere fruite da ciascun visitatore, e riorganizzò le sale portando il numero da venti a trenta (nel 1975, alla fine del suo mandato, saranno circa sessanta). Si impegnò anima e corpo, e con tutte le sue abilità negli affari, per dotarlo di una collezione che raccoglie le tappe fondamentali dell’arte italiana dal dopoguerra in poi, con importante testimonianze anche internazionali.
Le viene attribuita la frase che pare abbia pronunciato in un’intervista «La Galleria c’est moi». Ed effettivamente si realizzò un vero e proprio processo di identificazione con la Galleria, quando addirittura si trasferì in un appartamento costruitole appositamente in un’ala del museo e, durante le mostre, dormì spesso su una brandina nel corridoio degli astrattisti.
Quando poi, nel 1975, il suo mandato terminò e fu mandata in pensione ebbe un crollo nervoso. Anche dopo essersi trasferita, continuò a frequentare la Galleria e a comportarsi come se fosse ancora il direttore. I sovrintendenti dell’epoca scrivono che Palma trattava le opere “come se fossero di sua proprietà” e i nuovi direttori come “intrusi a casa sua”.
La Galleria fu la sua casa e il suo folle amore, e come sempre avvenne nella sua vita, labile fu il confine tra lavoro e vita.

Bellezza algida e icona di stile
Al mito di Palma Bucarelli hanno concorso, oltre alla sicura preparazione scientifica e alla forte personalità, anche la sua bellezza ed eleganza, riconosciute da tutti, e una certa aristocratica mondanità, certamente frutto di una precisa strategia di auto-rappresentazione. Ad esempio andò a lezione dall’attrice Andreina Pagnani per meglio impostare la voce. Praticava sport all’aria aperta e amava le automobili, facendone un vezzo il saperle guidare spericolatamente, attività considerate non adatte per una donna del suo tempo. Consapevole della sua intelligenza, ella si rifiutò di sottostare all’idea della donna come moglie-madre imposta dal regime. Si fece sempre guidare dalla sua ambizione, dalla sua superbia e anche dalla sua vanità. Non era una femminista, perchè apparteneva ad una generazione precedente, ma si batté per la libertà delle donne e per il diritto di voto, sosteneva l’aborto e il divorzio, trovava ridicolo che le donne venissero pagate meno e assurdo che il razionamento delle sigarette fosse riservato solo agli uomini.
Palma ebbe sempre un’alta concezione della propria intelligenza, ma anche della propria bellezza. E ai molti che negli anni le facevano notare la sua impressionante somiglianza con Greta Garbo, la celebre attrice svedese, lei risponderà glaciale: «Molti dicono che somigli a Greta Garbo, ma io penso che sia piuttosto lei che somiglia a me.»
Era bellissima Palma Bucarelli, di quella bellezza algida e inarrivabile che lei usò sempre con intelligenza ed elegante distacco. Aveva occhi di ghiaccio, il naso aquilino e un’acconciatura alla Greta Garbo. Era considerata una delle donne più belle del suo tempo. Peggy Guggenheim scrisse della sua “grande eleganza”, Irene Brin la definì “eternamente bellissima”, Ungaretti “bella come una gatta siamese“, Gillo Dorfles “donna bellissima nel senso completo della parola“.

Fu infatti icona di stile, di eleganza e grande femminilità. curava il suo stile vestendo abiti di alta sartoria e facendosi ritrarre come una diva del cinema da Luxardo e Ghitta Carell. Il giornalista (e poi suo marito) Paolo Monellid iceva che “quando entrava in un posto era un’apparizione, sempre la più elegante, perfettamente in linea con sé stessa”. Non sfigurava mai, partecipava alle sfilate di moda, eventi mondani, era di casa nell’atelier delle sorelle Botti che per lei realizzano abiti superbi. Gli abiti indossati da Palma erano sempre ammirati da tutti, e quando non erano ideati per lei dalle Sorelle Botti, lo erano dalla Gattinoni, Dior, Le Sorelle Fontana e tutte le firme più in voga di quel periodo. Dotata di un’innata eleganza nel parlare e nel vestire, Palma comprese sin dal principio quanto fosse importante costruire un’immagine mondana che la rispecchiasse e che le consentisse di inserirsi nel contesto sociale romano del tempo. Utilizzò il tailleur come un’eloquente divisa sin dai primi anni in cui fu Direttrice della Galleria, la raffinata affermazione della sua parità nei confronti del genere maschile che dominava la scena, a cui alternava raffinatissimi abiti da sera e preziosi gioielli, oggi conservati al Museo Boncompagni Ludovisi, dipingendosi al pari di una diva e affermando più volte di vestire solamente moda di fattura italiana. Una scelta di gusto, certamente, ma soprattutto una chiara dichiarazione di intenti che mirava a valorizzare la genialità del suo paese.

Palma, conscia della sua bellezza, trovava però l’aspetto fisico uno svantaggio in campo professionale, una sorta di arma a doppio taglio.
«Credo che il mio aspetto fisico non mi abbia avvantaggiata. La mentalità corrente colloca una donna dalle fattezze gradevoli nel ruolo di signora mondana, di canastiera, di donna benefica. Disturba vederla in posto di responsabilità. Nello stesso svolgimento del mio ruolo non ho mai dato peso alla mia presenza. Anche in Italia è possibile che una donna possa essere apprezzata per il suo lavoro e soltanto per quello. Dipende da lei, dal prestigio che emana e dal rispetto che pretende… Mi si gratifica con appellativi come la “dogaressa”, la “papessa”, ironizzando in questo modo sul mio polso fermo, sulla mia tenacia. Insomma si ironizza su di me, evitando di porre l’accento sul contributo che ho dato alla cultura. La cosa che mi stupisce di più? Sentirmi dire che ho un corpo da donna e un cervello da uomo. Come se fossero solo gli uomini ad avere un cervello.».
Scrittori, giornalisti, storici e critici d’arte le fecero la corte: nei pettegolezzi divenne l’amante di tutti, ma lei lasciò correre. Tutte le dicerie concorsero a creare il mito che contrapponeva la “regina di quadri” alla “regina di cuori”, il direttore della Galleria Nazionale alla femme fatale che frequenta i salotti più importanti dell’epoca. Molti dei detrattori la accusavano di essere troppo bella, mondana, frivola. ma lei ha dimostrato che per essere colti non necessariamente serviva umiliarsi, svilirsi da un punto di vista fisico. Ha sempre contestato il fatto che una donna di cultura, una studiosa profonda e eruditissima qual era, non potesse essere anche bella, elegante e mondana.
La rilevanza della sua figura sta non solo nella sua mentalità fuori dal tempo, ma anche nella particolarissima capacità di sposare la femminilità e la sua apparenza glamour con il suo carisma e il prestigio della sua posizione. La sua indipendenza non rinnega mai la classe e lo stile, che anzi sfrutta abilmente come strumenti da allineare al suo potere e ai suoi valori.
Gli uomini di Palma
“Gli uomini che ho conosciuto devo dire che mi hanno sempre appoggiato e sostenuto. Soltanto i mediocri e le mezze calze sono stati miei oppositori. Quelli che mi corteggiavano, sono sempre stati a mia disposizione. Mai il contrario, non l’avrei sopportato.“
“Sono nata così superba che ho escluso subito la possibilità dell’esistenza di un uomo degno di me.“
In realtà poi un uomo la spunterà: sarà il giornalista Paolo Monelli, conosciuto in un soggiorno napoletano presso la dimora di Benedetto Croce nel 1939, un grande amore nonostante le difficoltà, la differenza di età di vent’anni e il fatto che lui fosse sposato, un amore divenuto una profonda amicizia, e che divenne suo marito solo tanti anni più tardi nel 1963.
Ma per Palma ‘idea del matrimonio non era mai stata considerata un’opzione percorribile, men che meno come uno strumento di realizzazione personale. Palma, infatti, non lo vuole un marito, non ne ha alcun bisogno, e non vuole figli, visti come ostacoli alla sua carriera e al suo estremo bisogno di libertà. Una libertà che le ha permesso di dedicare la sua vita all’arte. Alla fine, come ammetterà lei stessa, il suo unico vero amore è stata la Galleria.

Gli ultimi anni
Molti ritagli stampa del 1974 rivelano la difficoltà emotiva della Bucarelli di interrompere la sua carica di Direttrice e successivamente di lasciare l’appartamento nella stessa Galleria, per motivi di pensionamento dovuto a limiti di età, una nostalgia che, pur continuando a sedare attraverso pubblicazioni, vivendo in un appartamento di circa 400 metri quadri presso le Catacombe di San Valentino a Roma, ove accolse le sue opere, non riesce a trovare appagamento.
Iniziò, lentamente, ad allontanarsi dalla vita pubblica, dagli amici di sempre. Si circondò di poche persone, per lo più parenti e giovani autori, che le rimasero accanto fino alla fine dei suoi giorni. Dopo lunghi mesi di ricovero in una clinica di Losanna, si spense a Roma il 25 luglio 1998 e il suo funerale fu celebrato nella chiesa di Santa Maria del Popolo.
Nel suo testamento dispose la donazione di 58 opere della sua collezione privata alla Galleria: si tratta del cosiddetto Legato Bucarelli, contraddistinto ancora oggi da una piccola palma sul cartellino delle didascalie. Mentre il suo archivio privato è stato donato all’Archivio Centrale di Stato e la sua biblioteca all’Accademia di San Luca.
I luoghi
Sono due i luoghi di Roma che vi suggerisco per sentire la presenza ed il lascito di Palma Bucarelli. Ovviamente il primo non può che essere la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Se potete ammirare grandi capolavori dell’arte italiana e internazionale degli ultimi due secoli, ricordatevi che è anche e soprattutto merito suo.
L’altro luogo è il Museo Boncompagni Ludovisi che, dedicato alle arti decorative, al costume e alla moda italiana, accoglie dal 1996 un fondo con il suo guardaroba in cui sono inclusi abiti da giorno, da sera, da coktail e i gioielli; al fondo già presente, si era aggiunto in passato un altro nucleo di bijoux e oggetti preziosi, donato dalla nipote, Barbara Lazzarini. Solo, però, dall’8 marzo 2023 una parte del guardaroba di Palma Bucarelli è visibile al pubblico, in quanto è stato inserito un nuovo percorso tematico a lei dedicato. Sono capi prodotti da varie sartorie: Nicola Zecca, Simonetta Visconti, le Sorelle Botti, Antonio De Luca, Germana Maruccelli.

Film e documentari
Vi suggerisco alcuni video e documentari per approfondire la figura eccezionale di Palma Bucarelli.
Innanzitutto il docu-film, diretto da Elisa Amoruso, del ciclo Illuminate, prodotto da Anele in collaborazione con Rai Cinema in cui Valentina Bellè veste i panni di una giovane reporter alla ricerca di alcuni libri misteriosamente scomparsi dal fondo Bucarelli: un’indagine che la porta a scoprire, incontro dopo incontro, la figura di Palma Bucarelli, Sullo sfondo dei luoghi che hanno accompagnato la vita di Palma – Palazzo Farnese, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, la sua amata Capri – Valentina Bellè ripercorre l’esistenza della famosa critica d’arte incontrando parenti, amici e colleghi che l’hanno conosciuta nei suoi lati sia professionali che umani.

Poi vi suggerisco la puntata di Italiani di Paolo Mieli, Palma Bucarelli: A regola d’arte
Infine, questo servizio trovato su Youtube: Palma Bucarelli – La signora dell’Arte
Podcast
C’è un podcast molto bello, realizzato da Chora Media per la Direzione Musei del Ministero della Cultura, che si chiama Paladine e che, con la voce di Serena Dandini, tratteggia otto ritratti di donne che hanno vissuto, e lottato, per l’arte e per la cultura. Ovviamente non poteva mancare la puntata dedicata a Palma Bucarelli.

Bibliografia
Lorenzo Cantatore (a cura di), Palma Bucarelli, 1944, Cronaca di sei mesi, Roma, De Luca 1997
Laura Fanti, La didattica alla GNAM negli anni di Palma Bucarelli, in «Nuova Museologia», n. 15, novembre 2006
Mariastella Margozzi (a cura di), Palma Bucarelli: il museo come avanguardia (Catalogo della mostra), Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, Electa 2009
Rachele Ferrario, Regina di quadri. Vita e passioni di Palma Bucarelli, Milano, Mondadori 2010
Lorenzo Cantatore, Edoardo Sassi, Palma Bucarelli immagini di una vita, Palombi Editori, Roma 2011
Vi ho inserito una bibliografia utile ad approfondire la vita e l’azione di Palma Bucarelli, ma voglio concludere questo articolo con il suggerimento di un libro che in realtà è un romanzo, ma è stato quello che mi ha fatto scoprire ed amare la figura mitica di Palma. Si chiama “Addio a Roma” di Sandra Petrignani la quale, attorno ad uno spunto romanzato su Ninetta che diventerà cameriera ed assistente di Palma, restituisce un pezzo della storia di Roma e delinea l’irripetibile stagione che vide i protagonisti della scena culturale romana al centro di un interesse mondiale, dalla povertà estrema dei primi anni Cinquanta, al furore della Neovanguardia, ai ribaltamenti del Sessantotto fino alla decadenza dei primi anni Settanta. Su tutti domina la figura bellissima e altera di Palma Bucarelli.










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