Skip to main content
STORIA

Che cos’è la Public History?

By 17/05/2024Agosto 8th, 2024No Comments

Se sei arrivato a quest’articolo è perchè probabilmente ne hai sentito parlare, ma non ti è ben chiaro cosa sia. Proviamo a capire cosa è la Public History, ed anche cosa non è.

La Public History è un’ampia serie di pratiche volte a portare la storia fuori dai classici ambiti dell’insegnamento e della ricerca, per applicarla alla società in cui viviamo. La Public History si configura come una storia per un pubblico più ampio, elaborata al di fuori dell’accademia e condivisa con le comunità di riferimento, che consiste nel produrre, conservare, diffondere la storia nel territorio e nel suo tessuto sociale, con ogni tipo di linguaggio comunicativo e strumento, per e con ogni tipo di pubblico.

Volendo andare nel pratico, possono essere pratiche (perdonate la ripetizione) di Public History:  la comunicazione della storia attraverso i mezzi di comunicazione di massa; le mostre e gli allestimenti museali; le arti e la letteratura; il gaming nelle varie declinazioni di urban games, videogiochi e giochi da tavolo; i festival di storia, le rievocazioni storiche e living history; l’odonomastica e toponomastica, sviluppando interesse e riflessione sui nomi di strade e piazze; il crowdsourcing, ovvero la capacità di acquisire le fonti delle comunità; la valorizzazione dei luoghi con le comunità locali del loro territorio; le discussioni sui luoghi di memoria ed i memoriali, non intesi solo come spazi celebrativi o commemorativi, ma come possibili veicoli di conoscenza storica; eventi condivisi legati alle commemorazioni e agli anniversari del calendario civile; la storia d’impresa. Si possono realizzare mostre, laboratori interattivi, spettacoli teatrali, happening multimediali, reading di testimonianze autobiografiche, seminari e workshop, documentari, re-enactment; si possono sfruttare tecnologie di realtà immersiva e aumentata, organizzare itinerari e percorsi storici per la conservazione della memoria sul territorio; i musei di storia e i parchi nazionali; il lavoro di archivio con la cernita dei materiali da conservare e quelli da eliminare.

La Public History, dunque, è praticata e declinata all’interno di innumerevoli ambiti: biblioteche e archivi, parchi storici ed archeologici, istituzioni culturali, musei, mostre, spazi urbani, aziende, ordini professionali, media, industria culturale e del turismo, scuole, volontariato culturale e di promozione sociale e in tutti gli ambiti nei quali la conoscenza del passato sia richiesta per lavorare con e per pubblici diversi. Dunque, anche l’università: sono Public Historian, infatti, anche gli storici universitari che hanno scelto la Public History come tema di ricerca ed insegnamento, o che interagiscono con pubblici esterni alla comunità accademica per fare storia, quella che viene talvolta chiamata “terza missione” dopo l’insegnamento e la ricerca.


Quando e dove è nata la Public History?

La Public History è nata egli Stati Uniti negli anni Settanta, dove è stata teorizzata e si sviluppata soprattutto al di fuori del mondo accademico attraverso archivi, fondazioni, istituti, associazioni culturali. Ma anche con una presenza nell’industria culturale, dall’editoria ai media, dal cinema al web. La sua diffusione è avvenuta grazie alle mostre e a percorsi espositivi, a festival di storia e a manifestazioni di rievocazione storica, a film documentari e di fiction, a siti web e a gruppi social dedicati a temi di storia, a programmi radiofonici e televisivi, a periodici in edicola, a best seller di divulgazione, a eventi pubblici in occasione di anniversari e commemorazioni. E, ancora, grazie alle commissioni di inchiesta e di arbitrato, alle ricerche finalizzate a politiche di intervento culturale, sociale e urbanistico, alle iniziative di turismo culturale, alle campagne di raccolta di fonti orali nelle comunità e nelle imprese, alle tante iniziative che hanno fra gli obiettivi il coinvolgimento di giovani e anziani per il recupero di memorie individuali e per l’emersione di archivi e documenti familiari, dalle lettere agli album fotografici. 

A livello accademico si avviò a partire dall’Università della California, Santa Barbara, dove Robert Kelley, un professore della Facoltà di Storia, ottenne un finanziamento dalla Rockefeller Foundation, nel 1976, per creare un corso post laurea per giovani storici destinati ad una carriera sia nel pubblico che nel privato. Kelley utilizzò la sua vasta esperienza di consulente e testimone legale nei casi di contenzioso sulle acque per concepire l’idea di Public History come un campo a sé stante. Il lancio di una rivista professionale, The Public Historian, nel 1978, e la fondazione del National Council on Public History nel 1979 servirono a dare agli storici accademici un senso del pubblico e ai professionisti esterni un senso che portò a condividere una serie di missioni, esperienze e metodi.

Parallelamente la Public History si sviluppava anche in Canada seguendo un percorso simile in molti settori, tra cui l’esperienza di un’accademica crisi occupazionale negli anni Settanta e l’importanza del governo come fonte di occupazione per gli storici pubblici.

Dopo il primo riconoscimento accademico negli Stati Uniti negli anni Settanta, si è poi diffusa in Europa a partire dall’Inghilterra e dalla Francia. Da pochi anni è stata codificata anche in Italia. Nel 2016, infatti, è nata, con il sostegno della International Federation for Public History (IFPH) e della Giunta Centrale per gli Studi Storici,  l’Associazione Italiana di Public History (AIPH)
Nel giugno del 2017 a Ravenna ha tenuto il suo primo congresso nazionale ed eletto gli organi direttivi dell’Associazione, congresso che si tiene ogni anno in una città italiana diversa e che quest’anno sarà ospitato da Roma dal 10 al 14 giugno 2024 con il titolo “Anvedi che storia!”

Manifesto della Public History italiana


La Public History, dunque, è divulgazione?

La domanda sorge spontanea. La risposta è chiara. La Public History non va intesa superficialmente come divulgazione storica, questo sarebbe solo un tentativo di banalizzazione. Il Public Historian non si limita a divulgare, ma costruisce la storia in un continuo rapporto con il suo pubblico. Per i Public Historian, infatti, è imprescindibile considerare i pubblici, specialisti e no, non solo come interlocutori ma come possibili protagonisti di pratiche di ricerca. La Public History, dunque, da un lato tenta di rispondere a una domanda, che è quella proveniente del pubblico, dall’altro si avvale anche del pubblico nell’operazione di costruzione della storia. Si parla  in questo senso di shared authority, ovvero di una storia che si costruisce sulla condivisione di autorità tra lo storico ed il pubblico. Quest’ultimo, secondo tale approccio, non è mai un consumatore passivo della narrazione storica, ma è in grado di interagire e di essere un collaboratore dello storico lungo tutta la sua ricerca. L’obiettivo finale di un processo di elaborazione che vede coinvolto un Public Historian sarà quello di costruire insieme a un pubblico il modo di pensare il presente storicamente. In questo senso la Public History è qualcosa di più della divulgazione, non è mero trasferimento di contenuti, ma costruzione attiva di competenze.


Multidisciplinarietà e lavoro di equipe

Il metodo partecipativo non riguarda solo il pubblico, ma anche una serie di professionalità con cui il Public Historian è chiamato a collaborare. Questi, infatti, deve essere in grado di lavorare con molteplici profili disciplinari e professionali, quali webmaster, social media manager, grafici, architetti, archeologi, registi, montatori, esperti di nuovi media. Al Public Historian è richiesta per questo motivo la multidisciplinarità: conoscere il metodo storico, ma deve anche sapere usare nuovi linguaggi. Fare il Public Historian significa avere capacità comunicative, abilità tecnologiche ed informatiche, individuare stakeholder e confrontarsi con enti pubblici e privati, sviluppare un’idea e certificarne la fattibilità in termini economici, saper gestire budget e risorse, scrivere progetti per partecipare a bandi di finanziamento. 

Una pluralità di competenze, di cui bisogna sempre avere una visione generale, ma che è impossibile avere nella loro totalità. Per questo il lavoro di Public Historian è sempre un lavoro di équipe. Per riuscire a generare un buon prodotto di Public History è difficile se non impossibile pensare di lavorare da soli: il lavoro d’equipe supplisce le mancanze tecniche del singolo ricercatore. 


Valenza sociale della Public History

Essendo la Public History il risultato del lavoro di diverse voci e diverse mani, ha una forte valenza sociale: sperimentando pratiche di comunicazione, ricerca e partecipazione del sapere storico pone il fondamento di una piena e consapevole cittadinanza. La Public History scava nel passato per spiegare le questioni contemporanee, per generare un senso comune della storia, per migliorare la società e renderla pubblicamente consapevole del proprio passato.

Questo è possibile tramite un dialogo tra la conoscenza storica e un pubblico che tende a diventare sempre più agente attivo e non più solo fruitore passivo della disciplina. Per questo la Public History punta a radicare la conoscenza storica nella società, a farne emergere la funzione civile, a farla agire anche per costruire senso, socialità, cittadinanza.

Partendo dall’assunto che la domanda di contenuti storici oggi sia in aumento e che ignorare il passato porta inevitabilmente con sé la creazione di un passato immaginario, la Public History può rappresentare proprio in questo senso il futuro della disciplina storica: la sfida della public history sembra quindi quella di intrecciare lo studio della storia con la domanda sociale di storia e con i processi sociali in atto.

In questo senso, il Public Historian ha la responsabilità della verità e dovrà fare un uso “civico” della storia e non scivolare nell’uso “politico” della storia. E questo ruolo risulta sempre più importante in un’epoca in cui differenti gruppi sociali o politici sono attivi nel promuovere una lettura del passato con intenti più o meno dichiaratamente partigiani, in polemica nei confronti del senso comune storico-storiografico, a partire dalle proprie personali memorie.

C’è fame di storia e di contenuti storici da parte del grande pubblico, e proprio per questo il rischio di abuso è dietro l’angolo. Uno degli obiettivi prioritari della Public History è proprio quello di contrastare gli “abusi della storia”, il suo utilizzo strumentale, finalizzato al mero intrattenimento o alla manipolazione ideologica. Quindi tra le funzioni principali che svolge oggi la Public History vi è quella di riportare la storia nello spazio pubblico attraverso molteplici forme, anche tentando di contrastare l’interesse diffuso per la costruzione della propria identità attraverso la conoscenza del passato, una conoscenza che però assai spesso tende a risolversi nella diffusione di memorie pubbliche e collettive che con la scientificità storica hanno poco a che fare.

 

Ti ha incuriosito la Public History? Ne avevi mai sentito parlare? Se hai dubbi o riflessioni, scrivimi qui nei commenti.

Gabriella Massa

Author Gabriella Massa

More posts by Gabriella Massa

Leave a Reply