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La visita alle Sette Chiese, il pellegrinaggio più famoso di Roma, è legata all’affascinante figura di San Filippo Neri, che la portò a un tale livello di successo che, da poche decine di partecipanti, arrivò in pochi anni a coinvolgere centinaia di persone, fino a raggiungere, sotto il pontificato di Pio IV, ben seimila partecipanti.

La visita alle sette basiliche giubilari dell’Urbe non fu, tuttavia, invenzione di San Filippo Neri. Il santo fiorentino non fece che riprendere l’antichissima tradizione medioevale dei pellegrini romei alla tombe di Pietro e Paolo. Tradizione che nel corso dei secoli, soprattutto con il primo grande Giubileo istituito nell’anno 1300 da Bonifacio VIIII, aveva indicato le tappe che il devoto viaggiatore doveva compiere una volta giunto nella Città Santa degli apostoli e dei martiri.

I primi storici di questo speciale pellegrinaggio, con in testa Onofrio Panvinio, assicurano che il santo si sarebbe limitato a dare nuovo smalto ad una tradizione antichissima. Le testimonianze, tuttavia, sono tarde e non sempre chiare, e le sette chiese compaiono come itinerario devozionale mai in maniera autonoma, sempre mescolato ad altri itinerari.  Dobbiamo arrivare al 1360 per trovare un itinerario per pellegrini, che chiama complessivamente le sette basiliche “chiese regali”, perché papi e imperatori le avevano fondate e arricchite di tesori.

Quando, dunque, San Filippo Neri cominciò ad intraprendere il proprio personale pellegrinaggio, probabilmente il giro delle sette chiese era vivo come pratica popolare, ma, in ogni caso, non ce ne resta la documentazione precisa.

Filippo stesso arrivò a Roma proprio come pellegrino, appena diciannovenne, nel 1534 . E come pellegrino, nei  primi anni della sua permanenza romana, si recò frequentemente ai luoghi santi. “Era solito solitario alle Sette Chiese, o ad alcuna d’esse, massime a quelle fuori della città”. Le prime volte cominciò in solitaria; poi venne accompagnato da qualche suo amico: le mete erano le Tre Fontane, la basilica di San Paolo; si andava poi sull’Appia, alla catacombe di San Sebastiano e dopo aver consumato un pasto all’ombra di qualche vigna, si faceva ritorno passando per San Giovanni in Laterano e Santa Croce in Gerusalemme. Filippo e i suoi discepoli, i primi che diventeranno il nucleo fondante della Congregazione dell’Oratorio, le chiamavano familiarmente “visite”: proprio come andare a far visita alla casa di un amico, con l’unica differenza che le “case” visitate erano i luoghi cari alla memoria cristiana di Roma.
Nacque così, come singola iniziativa individuale e con questa spontaneità, il pellegrinaggio più famoso di Roma.

 

 

Bisogna arrivare al 1552 affinché il pellegrinaggio diventi una pratica stabile e organizzata. Con il crescere del numero dei partecipanti, Filippo Neri decise infatti di dedicare al pellegrinaggio un giorno fisso dell’anno: il giovedì grasso.  Così, si può indicare con assoluta precisione la data di inizio della visita alle sette chiese: il 25 febbraio 1552, che era appunto un giovedì grasso. Perchè Filippo scelse questa data? Egli lo fece per contrastare i festeggiamenti paganeggianti del carnevale romano la devozione ai luoghi più santi di Roma, e la meditazione sulla Passione. Ma nonostante la sua fosse una proposta devozionale in alternativa ad un momento ludico e fortemente atteso dalla popolazione romana, ebbe comunque molto successo perchè dobbiamo pensare che, più che una processione, il pellegrinaggio delle sette chiese fosse un grande momento di convivialità, una vera e propria scampagnata, che univa attimi di preghiera ad altri di svago. La sua vera grande invenzione fu quindi di fare della “visita” una pratica collettiva, un momento di aggregazione spirituale e di rinnovamento interiore, proprio quando il carnevale sembrava respingere fuori della vita il pensiero della penitenza e della stessa vita cristiana.

Questo grande interprete del cattolicesimo degli anni del Concilio di Trento capisce che la strada da percorrere sta appunto nel porre l’accento sulla vita religiosa di comunità, sulla spiritualità da vivere in gruppo, proprio come momento essenziale della religiosità cattolica, in un’epoca in cui, invece, il protestantesimo sottolineava gli aspetti individuali del rapporto con Dio. La creazione della visita cadeva insomma nel momento storico più adatto, e se le autorità ecclesiastiche inizialmente addirittura la osteggiarono, ben presto capirono che lì si poteva trovare una sorgente importante di rinnovamento spirituale per la città, e non solo.

 

Il percorso

Abbiamo descrizioni contemporanee della visita, che ci spiegano nei dettagli come essa si svolgeva negli anni di San Filippo Neri e immediatamente dopo. I testi seicenteschi sulle sette chiese ricordano che ogni tratto di questo itinerario doveva rappresentare uno dei sette viaggi di Cristo durante la Passione, in una specie di anticipazione della Via Crucis: dal cenacolo al Getsemani; dall’orto alla casa di Anna; da questa alla casa di Caifa; da lì al palazzo di Pilato; da quello di Pilato a quello di Erode; di nuovo da Erode a Pilato; e infine dal palazzo di Pilato al Calvario. In ognuna delle sette basiliche si veneravano sette altari “privilegiati”, cioè dotati di speciali grazie e indulgenze: la basilica Vaticana fu la prima a possedere questo tesoro, che fu poi esteso alle altre chiese. La comitiva in ogni chiesa, tranne in San Pietro e San Paolo, ascoltava dei sermoni, e lungo il percorso cantava inni e salmi, e in particolare il “Canto delle vanità” attribuito a Giovanni Animuccia, uno dei primi compagni del santo: “Vanità di vanità, / ogni cosa è vanità / tutto il mondo e ciò che ha: / ogni cosa è vanità”.

L’intero percorso veniva compiuto nella stessa giornata, oppure si dedicava il primo giorno a San Pietro e il giorno dopo alle altre. La visita delle Sette Chiese cominciava il mercoledì sera originariamente dalla chiesa di san Gerolamo della Carità, poi dalla Chiesa Nuova o di Santa Maria in Vallicella, quando la Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri si spostò qui. La Chiesa Nuova fu costruita per volere di Filippo e di papa Gregorio XIII dal 1575 sulle macerie di tre chiese più antiche, una delle quali si chiamava santa Maria in Vallicella, nome riferito alla leggera depressione naturale che si trovava nella zona. Nella chiesa il corteo si radunava: si recitava la preghiera dei pellegrini, o Itinerarium, quindi i fedeli venivano divisi in centurie, ognuna preceduta da uno stendardo rappresentante le varie opere di misericordia. Poi si formava il corteo con davanti i Padri Cappuccini con la Croce, i giovani con i Padri dell’Oratorio di san Filippo, e le donne, il tutto inframmezzato dalle fanfare che, attraversando il ponte Sant’Angelo, si recava alla prima delle sette basiliche, ossia San Pietro. Dopo la visita il corteo si fermava all’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, dove si visitavano i malati; ci si salutava e ci si dava appuntamento alla mattina successiva.
Il giorno seguente, di prima mattina ci si incontrava a Santo Spirito in Sassia e da porta Santo Spirito si procedeva per via della Lungara, si attraversavano gli Orti di Trastevere e Porta Settimiana, si attraversava il Tevere all’Isola Tiberina fermandosi anche alla chiesa di San Bartolomeo. Si prendeva, quindi, la direzione per la Basilica di San Paolo, passando accanto al teatro di Marcello, la Rupe Tarpea, alle chiese di San Nicola in Carcere e di Santa Maria in Cosmedin, Circo Massimo, la salita del colle dell’Aventino, scendendo poi per la Via Ostiense. Alla Porta Ostiensis ai pellegrini venivano consegnati i bollettini, foglietti di carta utilizzati per il conteggio dei partecipanti. Si percorreva l’antica consolare romana fino ad arrivare alla Basilica di San Paolo per la seconda visita.

Da qui si percorreva un’antica via, che veniva chiamata via per San Bastiano e che poi ha preso il nome di Via delle Sette Chiese. Lungo questa strada, nel 1575, durante uno dei pellegrinaggi delle Sette Chiese si incontrarono San Filippo Neri e San Carlo Borromeo, l’incontro è celebrato in due tondi in marmo con i ritratti dei santi su una parete della chiesetta dedicata ai santi Isidoro ed Eurosia.

 

Percorrendo via delle Sette Chiese si giungeva sull’Appia e alla Basilica di San Sebastiano dove si celebrava la Messa e la maggior parte dei presenti prendeva parte alla comunione eucaristica. Si riprendeva la marcia e passata la porta con l’augurio di “Buona camminata Padre Filippo!” lanciato dalle guardie, si era soliti fare una sosta ricreativa, la refezione, un momento di condivisione e socializzazione fondamentale nell’economia della giornata. Inizialmente la refezione avveniva nella vigna Savelli nei pressi della Caffarella, sostituita in seguito da una sosta in quella che oggi è villa Celimontana al Celio: Ciriaco Mattei, con grande magnanimità, aveva concesso l’apertura del suo giardino al popolo romano in questa occasione. Qui si consumava il pranzo, offerto dai padri Filippini, che inizialmente era modesto, quasi penitenziale, ma con il passar degli anni acquistò una sempre maggiore importanza, tanto che, racconta il Belli, la sosta ricreativa, senza nulla togliere all’aspetto religioso e spirituale, costituiva una vera e propria festa, come viene ricordata tutt’ora in un’epigrafe posta a villa Celimontana. Il pranzo consisteva in una pagnotta, vino, un uovo, due fette di salame, un pezzo di formaggio e due mele per ciascuno, ed era allietato dalle musiche della fanfara di Castel S. Angelo e dei trombettieri del Senato. Era questo il momento di maggiore convivialità e festosità del pellegrinaggio.

Dopo la refezione la folta comitiva si dirigeva verso la Scala Santa e San Giovanni in Laterano e proseguiva per Santa Croce in Gerusalemme. Attraverso Porta Maggiore il corteo usciva di nuovo dalla cinta muraria arrivando all’Agro Verano, dov’è la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Durante tutto il percorso le preghiere ed i canti erano intervallati da pause per la meditazione; poi al tramonto si compiva l’ultima visita a Santa Maria Maggiore, principale tempio mariano cittadino, passando la chiesa di Sant’Eusebio, San Vito, San Giuliano, Sant’Antonio Abate e Santa Prassede. Dopo l’ultima devozione all’icona della Madonna “Salus populi romani”, la folla di pellegrini si scioglieva.

 

Dopo San Filippo

Col passare del tempo, la visita diventò tradizione consolidata: a Roma, essa veniva integrata con l’aggiunta, nel percorso, delle altre due chiese di San Paolo alle Tre fontane, luogo del martirio dell’Apostolo, e della SS. Annunziatella.

Intanto, la trovata del santo veniva esportata anche fuori della città dei papi: Gregorio XIII, su preghiera di San Carlo Borromeo arcivescovo di Milano, grande amico di Filippo, estese anche alle sette principali chiese della città lombarda le stesse indulgenze delle sette basiliche romane.

Una trentina di anni dopo la prima visita del Neri, un papa fece del pellegrinaggio alle sette chiese un punto di forza del suo programma di riforma della liturgia e delle devozioni romane. Parliamo di Sisto V Felice Peretti, un tipico rappresentante della Chiesa uscita dal Concilio di Trento, che valorizzò in modo del tutto innovativo le tradizioni devozionali della città, anzitutto partecipando personalmente ad un altissimo numero di processioni e celebrazioni pubbliche. Nella bolla Egregia populi romani pietas del 13 febbraio 1586 il pontefice diede ufficialità e centralità all’antica tradizione della visita alle Sette Chiese, che mai aveva interessato i pontefici dal punto di vista pastorale. Sisto V decise che i papi avrebbero dovuto tenere “cappella”, cioè celebrare o presenziare a celebrazioni liturgiche, ben 26 volte durante l’anno, secondo l’antico calendario delle chiese stazionali, riesumato per l’occasione. Papa Felice Peretti tenne a sottolineare, nella lunga lista delle chiese che dovevano diventare meta delle processioni papali, proprio le sette chiese, e per questo motivò il suo progetto con un’interessante spiegazione teologica: come S. Giovanni si rivolge, nell’Apocalisse, alle sette chiese dell’Asia, raffigurando in esse l’unità della Chiesa universale che Dio riempie della grazia dei sette doni del suo Spirito, così a Roma si venerano sette chiese, in cui è raffigurata l’unità della Chiesa, nel suo capo, che è il papa. Anche la devozione popolare delle sette chiese, dunque, doveva rappresentare, nelle intenzioni del papa, l’unità della Chiesa minacciata dalla Riforma.
La bolla sistina, tuttavia, ebbe efficacia limitatissima: dopo la morte del papa, infatti, nessuno dei suoi successori ne rispettò le disposizioni.

Con il tempo da sette, o nove, le chiese si ridussero a quattro, alle basiliche patriarcali, e dall’inizio dell’Ottocento questa devozione fu progressivamente abbandonata, anche se non se ne è estinta la memoria, tanto che “fare il giro delle Sette Chiese” è rimasto un modo di dire popolare e molto diffuso che sta a indicare l’andare da un posto all’altro perdendo molto tempo inutilmente. Nel 1870, con Roma Capitale, la pratica venne sospesa fino alla riapertura delle relazioni politiche fra il neonato Governo Italiano e la Santa Sede. Un nuovo risveglio vi fu poi in concomitanza con la canonizzazione di Filippo Neri nel 1922.

Oggi, invece, la pratica delle Sette Chiese è stata rivitalizzata proprio dall’Oratorio di San Filippo Neri che la organizza due volte l’anno dal tramonto all’alba: a settembre e a maggio, poco prima della festa del santo con partenza dopo la Messa delle 19:30 alla Chiesa Nuova ed arrivo tra le 7:00 e le 8:00 del mattino seguente alla Basilica Santa Maria Maggiore. La prossima data programmata sarà venerdì 11 maggio.

Se, invece, volete fare il Cammino delle Sette Chiese nel suo senso laico scoprendone con noi la storia, aggregati al nostro trekking urbano seguendo le orme di San Filippo Neri, domenica 7 aprile alle ore 9.00: https://www.romaslowtour.com/cammino-delle-sette-chiese/

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