“Com’è possibile, mi domando a volte, camminare sui prati verdi e avere l’animo triste? Essere immersi nel caldo del sole mentre tutto d’intorno sorride e avere l’angoscia nel cuore? Lasciate a noi le vostre tristezze! A noi che non possiamo andare nei prati e non vediamo mai il sole”.
Alberto Paolini, “Avevo solo le mie tasche. Manoscritti dal manicomio” (2016)
Tratto dal suo libro omonimo, “La pecora nera” (2010) di Ascanio Celestini è la storia di Nicola, che per 35 anni ha vissuto in manicomio a contatto con coloro che lui preferisce chiamare “santi”, invece che matti. Ripercorrendo la storia del protagonista sin da bambino, il film mostra uno spaccato della condizione di vita dei malati mentali in Italia, a partire dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri.
Il merito principale del film è di riuscire a riscattare una storia risaputa con una regia sobria e mai sopra le righe che riesce a ritrarre in maniera riuscita la pazzia del protagonista e, più in generale, la condizione manicomiale dell’Italia dell’epoca, fatta di totale squallore e solitudine. Temi forti e difficili da portare sullo schermo senza retorica, cliché e banalizzazioni, e che invece Celestini riesce ad affrontare con il tocco lieve e malinconico che lo contraddistingue, in bilico tra l’ironico e il poetico. Un’opera cinematografica sospesa a metà tra favola lirica e inchiesta documentaristica.
Il film si conclude con Alberto Paolini, che interpreta se stesso e legge una sua poesia: quarantadue anni in manicomio, dal 1948 al 1990, rinchiuso al Santa Maria della Pietà non per un disturbo mentale, ma perchè era povero ed orfano di padre e di madre. Un’esperienza che farebbe impazzire una persona sana e che non gli ha risparmiato nemmeno l’elettrochoc, ma che Alberto è riuscito ad attraversare conservando lucidità ed equilibrio. Tanto da spingerlo a scrivere la sua autobiografia: “Avevo solo le mie tasche. Manoscritti dal manicomio” (2016). Il volume nasce tra le mura del manicomio, dove Alberto a 30 anni comincia a scrivere un diario, poesie, racconti. I degenti non hanno nemmeno un armadio: lui aveva appunto solo le sue tasche per conservare i suoi scritti su pezzi di carta rimediati, scatole di grissini, biglietti.
Se volete approfondire la storia del Santa Maria della Pietà, potete leggere l’articolo del nostro blog Il Santa Maria della Pietà: da manicomio a parco pubblico
Se volete scoprire la storia e le storie del Santa Maria della Pietà, abbiamo nella nostra programmazione uno slowtour del Santa Maria della Pietà






Commenti recenti